Nella mattina del 27 aprile 2025, a Dongo sul lago di Como, un centinaio di nostalgici ha commemorato la fucilazione di Benito Mussolini e dei gerarchi con il saluto romano e il rituale “presente!”; dall’altra parte del cordone di polizia, i militanti dell’Anpi hanno risposto intonando Bella Ciao.
L’episodio, che si ripete ogni anno, riapre puntualmente il dibattito: com’è possibile che nel cuore di un’Unione Europea democratica ci sia ancora spazio per liturgie che rievocano dittature nate un secolo fa?
Cosa dice (e non dice) la legge italiana
L’ordinamento non lascia margini di ambiguità sul fascismo. La XII Disposizione transitoria e finale della Costituzione vieta “la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto Partito Fascista”.
La disposizione è attuata dalla legge Scelba n. 645/1952, che punisce l’apologia del fascismo, e dalla successiva legge Mancino n. 205/1993, che sanziona gesti e slogan idonei a incitare all’odio razziale o etnico. La Cassazione ha ribadito più volte che il saluto romano “integra il delitto di apologia” se crea un concreto pericolo di riorganizzazione neofascista.
Tuttavia la repressione è affidata a un accertamento caso per caso: senza un contesto di reclutamento o propaganda strutturata, tribunali e questure archiviano spesso il gesto come “espressione opinabile, ma non penalmente rilevante”. Il risultato è una discrasia fra la portata simbolica del divieto costituzionale e la reale efficacia delle sanzioni, percepite come intermittenti e quindi poco deterrenti.
Il pugno chiuso e l’asimmetria giuridica
Sul versante opposto, agitare il pugno chiuso non costituisce reato. Identificarsi con il mito comunista, per quanto storicamente gravato da crimini di massa — il Libro nero del comunismo stima 94 milioni di vittime fra Urss, Cina, Cambogia, Etiopia e altri Paesi che ricade nel perimetro della libertà di manifestazione del pensiero, garantita dall’articolo 21 della Costituzione.
L’asimmetria normativa riflette due fatti: (1) in Italia il Partito Comunista ha partecipato alla scrittura della Carta e alla vita parlamentare, mentre il fascismo è nato e si è sviluppato come dittatura; (2) la nostra Costituzione è eminentemente antifascista, non “antitotalitaria” in senso lato.
Tuttavia, sul piano morale la distanza si accorcia: la risoluzione del Parlamento europeo del 19 settembre 2019 ha equiparato i crimini dei regimi nazista e comunista e invitato gli Stati membri a condannare ogni forma di esaltazione di entrambi.
Ciò non trasforma il pugno chiuso in illecito, ma intacca la narrazione “assolutoria” di una simbologia che, per alcune vittime del gulag o del maoismo, evoca lo stesso terrore che il braccio teso suscita in chi ricorda le leggi razziali o le stragi coloniali italiane.
Nostalgia, identità e consumo politico del passato
Perché allora certi gesti sopravvivono? Gli storici usano l’etichetta nostalgia reazionaria: l’idealizzazione di un’epoca cui non si è mai appartenuto, elevata a rimedio identitario contro le complessità del presente. Ma c’è di più. Il simbolo totalitario funziona come “costume politico pronto all’uso”: basta adottarlo per entrare in una comunità immaginata che fornisce appartenenza, un nemico esterno e un alibi personale (“non è colpa mia, è colpa del sistema”).
Nei social network, bolle algoritmiche, meme e micro-eventi come i raduni di Dongo offrono visibilità a basso costo, generando un ciclo di indignazione-attenzione-reclutamento che ripaga chi vive di marketing dell’estremismo.
La stessa logica vale a sinistra quando il pugno chiuso diventa scorciatoia iconografica: poco studio su Lenin o Mao, molta auto-celebrazione collettiva. In entrambi i casi, la storia vera cede il passo a un cosplay ideologico, confezionato per l’ora d’oro di TikTok.
La lunga ombra dell’ignoranza storica
Secondo l’ultima indagine Eurispes, oltre il 15 % degli under-30 italiani ritiene che il fascismo “ebbe anche aspetti positivi” e più del 20 % non sa collocare nel tempo le leggi razziali.
Altre ricerche mostrano lacune similari sul comunismo sovietico o sulle foibe. Il problema non è soltanto la quantità di ore dedicate alla storia contemporanea nella scuola, ma la difficoltà a collegare quei capitoli a questioni attuali: discriminazioni, concentrazione dei poteri, propaganda. Dove il sapere storico non dialoga con il presente, restano slogan vuoti pronti a essere riempiti da chi urla più forte.
Anacronismo dei culti personalistici
Identificarsi in un capo di cento anni fa tradisce una concezione arcaica della politica: il leader-salvatore che sostituisce le istituzioni con la propria volontà. È anacronistico in una democrazia complessa dove la legittimazione si fonda su procedure, controlli e partecipazione diffusa.
Quando un manifestante staglia il braccio per Mussolini o stringe il pugno evocando Stalin, afferma implicitamente che la soluzione ai conflitti odierni passa ancora per l’uomo (o la donna) forte — una regressione rispetto alle conquiste della cittadinanza costituzionale.
Se davvero fosse solo “passione storica”, perché mai non vediamo cortei che inneggiano a Cavour, Mazzini o Garibaldi? Quei protagonisti del Risorgimento sono paradossalmente troppo moderni: il loro lascito è nell’idea di nazione parlamentare, di laicità, di unificazione civile. Non offrono il repertorio muscolare del saluto, del pugno, della camicia o della divisa. In altre parole, non soddisfano il bisogno di teatralità identitaria che muove una parte delle piazze odierne.
Le responsabilità della politica e dei media
Mentre la magistratura procede (lentamente) caso per caso, la politica fatica a sviluppare una memoria pubblica condivisa. Ogni volta che un consigliere comunale minimizza il saluto romano come “goliardata” o che un talk-show equipara acriticamente Resistenza e Repubblica Sociale, alimenta la percezione di un pendolo che oscilla tra rimozione e revisionismo. Anche l’informazione ha un ruolo: enfatizzare lo scontro di Dongo come “folklore da cronaca nera” senza spiegare le radici normative e storiche dell’episodio offre solo indignazione usa-e-getta, non consapevolezza.
Che fare: memoria viva e cittadinanza attiva
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Cittadinanza digitale e fact-checking. Occorre alfabetizzare gli studenti al riconoscimento di propaganda e falsificazioni in rete, collegando la storia del XX secolo alle tecniche odierne di disinformazione.
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Musei e luoghi della memoria interattivi. Percorsi immersivi che mostrino parallelismi (e differenze) fra totalitarismi aiutano a comprendere le radici comuni dell’intolleranza.
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Sanzioni mirate e tempestive. Una giurisprudenza uniforme sul saluto romano — che distingua il diritto di critica dall’apologia — restituirebbe certezza e ridurrebbe l’effetto vetrina dei procedimenti penali-spettacolo.
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Narrazioni alternative. Celebrare figure come Cavour e Mazzini non significa sostituire un culto all’altro, ma proporre modelli civili di patriottismo costituzionale: l’Italia come progetto aperto, non come nostalgia di imperi mancati.
Il braccio teso e il pugno chiuso
Il braccio teso e il pugno chiuso sono sintomi, non cause, di un deficit di cultura democratica. Più che erigere nuovi muri penali, serve rendere inutile quel gesto, svuotarlo di pubblico e di senso attraverso una memoria storica che sia al contempo rigorosa e attuale.
Solo quando sarà chiaro a tutti — a scuola, online, in piazza — che i problemi del 2025 non si risolvono con le categorie del 1925 o del 1917, le rievocazioni di Dongo cesseranno di riempire le cronache. Allora forse saremo pronti a salutare, non con il braccio o col pugno, ma con la mano aperta di chi conosce il passato e sceglie di non ripeterlo.





