Il potere dei simboli: quando un’immagine orienta il racconto politico

Il potere dei simboli: quando un’immagine orienta il racconto politico

L’istantanea di Donald Trump e Volodymyr Zelensky seduti l’uno di fronte all’altro, nel cuore marmoreo della basilica di San Pietro, è già cronaca iconica: due leader che fino a ieri si fronteggiavano a distanza siedono per quindici minuti di colloquio in uno dei luoghi più carichi di storia diplomatica al mondo.

Le agenzie e le televisioni globali hanno diffuso lo scatto a pochi minuti dall’inizio del rito funebre per Papa Francesco, morto il 21 aprile e salutato oggi da oltre 250 mila persone e 160 delegazioni di Stato.

Il contesto liturgico e la cornice vaticana amplificano il gesto: non è un bilaterale a margine di un summit, ma un incontro “dentro” la Chiesa universale nel giorno in cui essa piange il pontefice che più di ogni altro aveva invocato la fine della guerra in Ucraina.

L’asse Trump-Zelensky e la finestra diplomatica aperta dal Vaticano

La notizia che Trump, oggi al suo secondo mandato alla Casa Bianca, abbia voluto un contatto diretto con Zelensky è di per sé rilevante: solo poche settimane fa Washington faceva filtrare un possibile riconoscimento dello status quo nei territori occupati dalla Russia.

L’incontro – definito “molto produttivo” dalla Casa Bianca e “costruttivo” da Kyiv – rilegge la tradizione della “diplomazia delle esequie” che già nel 2005 fece incontrare George W. Bush e Bashar al-Assad al funerale di Giovanni Paolo II. Trump sfrutta l’aura di mediazione che l’ambiente sacro conferisce e rilancia un profilo presidenziale più “globale” dopo cento giorni segnati da protezionismo e tensioni con Pechino. Zelensky, dal canto suo, esce dal gilet mimetico e indossa una giacca scura: altro segnale visivo di disponibilità a un negoziato.

La polarizzazione italiana: tra letture enfatiche e indignazione di riflesso

In Italia la foto è stata immediatamente piegata alla dialettica interna. A destra si sottolinea “l’ultimo miracolo di Francesco”, capace di mettere allo stesso tavolo l’uomo del “Make America Great Again” e l’eroe della resistenza ucraina. La premier Giorgia Meloni – presente in prima fila in abito total black – l’ha definita “una giornata storica” e ha parlato di “segnale di pace concreto”.

Sull’altro versante, però, parte dell’opposizione progressista ha reagito con fastidio: la narrativa anti-Trump, consolidata negli anni scorsi, fatica ad accettare che il mediatore possa essere proprio il leader repubblicano. Sui social di area PD e M5S circola la lettura di un’Italia “bypassata”, perché la scena dominante non include la premier sulle stesse sedie dei due protagonisti. In realtà Meloni ha avuto un colloquio – seppur rapido – con Trump lungo il colonnato di Bernini subito dopo la liturgia, ma l’immagine-simbolo era ormai virale e difficilmente scalzabile dal frame mediatico.

4. Un’opposizione a corto di narrazione: dal “basta slogan” al vuoto strategico

Perché la sinistra appare così scoperta?

Primo: ha perso la centralità valoriale che invece Francesco incarnava. Su immigrazione, diritti sociali, ambiente, il papa argentino rappresentava un riferimento che le forze progressiste italiane hanno spesso “subappaltato” alla Chiesa.

La sua scomparsa priva il campo largo di un alleato simbolico, e l’assenza di una piattaforma unitaria rimane evidente.

Secondo: attaccare Trump significa riproporre argomenti usurati – il sessismo, il negazionismo climatico, il populismo – che nel 2025 sembrano non scalfire più l’elettorato moderato.

Terzo: sotto la lente dei funerali, le priorità dell’opposizione (salario minimo, sanità pubblica, conversione ecologica) scompaiono, sostituite da polemiche sul protocollo delle sedie. Il rischio è di passare da forza critica a commentatore di bordo campo.

Meloni e il paradosso dell’“esclusa inclusa”

La premier, nel racconto social di alcune pagine vicine al PD, sarebbe stata “scansata” dal duo Trump-Zelensky. In realtà, i cerimoniali vaticani assegnano i posti in modo rigoroso: le sedie all’interno della basilica erano riservate ai due leader direttamente coinvolti in un conflitto armato, coerentemente con il messaggio pacificatore dell’evento.

Meloni, che pure gode di un rapporto personale cordiale con il defunto Bergoglio, ha preferito un low profile per rispetto del lutto, ma ha poi capitalizzato il momento dialogando sia con Trump sia con altri capi di governo europei.

L’opposizione ha tentato di presentare la cosa come un’umiliazione diplomatica, ma l’argomento è apparso debole: il cerimoniale non dipende da Palazzo Chigi, e l’Italia era comunque padrona di casa. Sta qui il paradosso: nel tentativo di screditarla, se ne è finito per riconoscere l’importanza come interlocutore indispensabile.

La crisi di linguaggio della sinistra dopo la morte di Francesco

Con la scomparsa del papa “sociale”, il campo progressista perde un megafono etico capace di riecheggiare i propri temi meglio di quanto facciano i suoi stessi leader. Elly Schlein era in basilica e ha mandato messaggi di cordoglio, ma sulle agenzie la sua voce è passata in secondo piano.

Conte ha scelto toni istituzionali senza affondi; le prime reazioni più dure sono arrivate da esponenti minori, focalizzati sull’«estetica dell’incontro» anziché sui contenuti. Il risultato è un’opposizione che sembra giocare di rimessa: non contesta l’iniziativa di pace in sé – sarebbe impopolare – ma ne critica i protagonisti, offrendo così un bersaglio facile all’accusa di “rosicare”.

Il Vaticano come “soft super-power” e la logica delle stanze segrete

Chi legge quell’incontro come un “complotto” dimentica la lunga tradizione vaticana di ospitare colloqui riservati: dal disgelo Reagan-Gorbaciov ai negoziati israelo-palestinesi di Oslo, la Santa Sede è sempre stata un hub diplomatico perché può garantire neutralità e riservatezza.

L’influenza non è solo spirituale ma geopolitica: il conclave che si aprirà a maggio designerà un pontefice chiamato a dialogare con una Casa Bianca protezionista, un Cremlino isolato e un’Europa alle prese con tentazioni sovraniste. Pensare che “i giochi siano già fatti”, come molti commentatori insinuano, è riduttivo: il collegio cardinalizio è plurale e l’elezione dipende da equilibri in continuo movimento tra blocchi continentali, scuole teologiche e cordate curiali.

La prova del nove per un’opposizione in cerca d’identità

L’episodio delle “sedie mancate” mette a nudo un problema strutturale: l’incapacità della sinistra italiana di elaborare una narrazione autonoma che non sia mero riflesso dell’agenda altrui.

Finché il dibattito si concentrerà su chi era ritratto in primo piano anziché sulle proposte per salario, case, energia, l’opposizione continuerà a sembrare disarmata. Al contrario, la destra di governo può permettersi di apparire pragmatica: acconsente alla diplomazia vaticana, si accredita come interlocutore degli Stati Uniti e, di fatto, occupa l’intero spettro delle immagini forti.

Tocca all’opposizione decidere se restare spettatrice sdegnata o tornare produttrice di contenuti, ricordando che la politica non è fatta (solo) di scatti virali, ma di progetti concreti in grado di parlare alle vite reali degli elettori.

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