Referendum 2025: la politica smemorata e l’arte del razzolare male

Referendum 2025: la politica smemorata e l’arte del razzolare male

È curioso – ma nemmeno troppo – vedere come, dopo il flop del referendum del 9 giugno 2025, la sinistra abbia deciso di giocare la carta della democrazia ferita, della “partecipazione negata”, della “strategia del boicottaggio antidemocratico”. Peccato che questa stessa sinistra, negli anni passati, abbia usato esattamente le stesse strategie, con tanto di dichiarazioni ufficiali, appelli all’astensione e rivendicazioni tattiche. E oggi finge di non ricordarselo.

Siamo davanti all’ennesimo caso di memoria selettiva e doppia morale, in cui l’unico metro di giudizio è il tornaconto politico del momento.

I numeri non mentono, ma qualcuno li interpreta a piacere

Il dato è lì, nudo e crudo: 30,6% di affluenza, appena 14 milioni di italiani su oltre 46 milioni hanno votato. Il quorum è saltato, come prevedibile. Eppure, in un clima da isteria collettiva, qualcuno ha deciso che non votare è diventato “antidemocratico”, se non addirittura “fascista”.

Quattro quesiti su lavoro hanno ricevuto una valanga di Sì (oltre l’88%), ma il quesito più “caldo”, quello sulla cittadinanza, ha ottenuto Sì al 65,1%, con un 34,9% di No. Sì, proprio lì, dove la sinistra predica accoglienza, diritti, integrazione il 25% dei votanti (e non è un piccolo dato) non accetta cambiamenti sulla come ottenere la cittadinanza.

Il teatrino dell’ipocrisia: Renzi, Fassino, Orfini e l’astensione che andava bene

Ricordiamolo, perché serve. Serve a chi oggi parla di “attacco alla democrazia” come se fossimo alla vigilia del colpo di Stato.

Renzi, 2016:

«L’astensione non è disinteresse, è un modo per dire No. È legittima.»

Fassino, 2003:

«Il modo migliore per rendere inutile un referendum è non partecipare al voto.»

Orfini, 2016:

«Mi asterrò. È la disciplina del partito.»

Non erano esponenti di destra. Non erano post-fascisti o negazionisti della Costituzione. Erano e sono figure centrali della sinistra italiana, allora glorificate, oggi dimenticate.

La verità è semplice: l’astensionismo è stato per anni una delle armi preferite dalla sinistra. Quando serviva a disinnescare un referendum “scomodo”, diventava strumento raffinato, intelligente, costituzionalmente garantito. Oggi, che a beneficiarne è l’altra parte politica, ecco che improvvisamente diventa “grave attentato democratico”.

Il paradosso del quorum: lo conoscono tutti, ma oggi fa comodo far finta di nulla

L’articolo 75 della Costituzione lo dice chiaramente: se non si raggiunge il 50%+1, il referendum è nullo. E lo sanno bene anche quelli che oggi fanno le anime candide. Il trucco dell’astensione è vecchio come il quorum stesso. Ma oggi, nella recita della sinistra progressista, è diventato anatema.

Una strategia che ieri era “matura e responsabile” oggi è “immorale e fascista”. Un cambio di prospettiva che non nasce da riflessioni etiche, ma da puro calcolo politico.

Il nodo della cittadinanza: i democratici della domenica

E veniamo alla pietra dello scandalo: la cittadinanza italiana a chi è nato o cresciuto in Italia da genitori stranieri. Tema caldissimo, battaglia storica del centrosinistra. Almeno sulla carta.

Ma cosa accade, quando si dà la possibilità concreta di esprimersi, senza filtri, senza compromessi parlamentari? Succede che oltre un terzo degli elettori presenti vota NO.

Sì, anche in Emilia-Romagna, anche in Toscana, anche tra chi sui social lancia appelli, firma petizioni, mette il badge “Ius Scholae” sul profilo. Ma poi, in cabina elettorale, quel “sì all’inclusione” evapora come l’umidità a Ferragosto.

È il momento di smetterla con le ipocrisie. È il momento di dire le cose come stanno: una fetta larga dell’elettorato progressista non vuole davvero l’integrazione, se questa comporta un cambiamento reale nel corpo elettorale.

Le prediche al popolo: “andate a votare… quando ci conviene”

Da giorni ci ripetono che «non votare è disinteresse», «la democrazia si difende con il voto», «chi boicotta le urne è un pericolo per la Repubblica». Ma dove erano questi moralisti quando si faceva campagna per non votare nel 2003, nel 2005, nel 2016?

Facile ergersi a paladini delle istituzioni quando il referendum è contro il governo Meloni. Un po’ meno quando si trattava di salvare l’Articolo 18 o affondare le trivelle.

Questo atteggiamento dà la nausea, e soprattutto allontana milioni di elettori, giovani inclusi, che non si riconoscono più in nessuno: né nella destra muscolare né nella sinistra trasformista.

Un popolo che non vota… anche perché vi conosce bene

I numeri raccontano una cosa: gli italiani non sono stupidi. Sono delusi, disillusi, ma non stupidi. Sanno perfettamente che molti di quelli che oggi si riempiono la bocca con “partecipazione” sono gli stessi che ieri costruivano le astensioni a tavolino.

E quando vedono che chi predica l’integrazione poi vota No alla cittadinanza, si fanno due conti. Capiscono che la distanza tra la narrazione e la realtà è diventata abissale.

Giovani, influencer e fallimento comunicativo

La sinistra ha fallito anche sul piano simbolico. Ha provato ad arruolare influencer, docenti, attori, cantanti per spingere i giovani al voto. Ma ha proposto un referendum burocratico, poco attraente, mal raccontato. Il risultato?

  • Poca affluenza.

  • Pochissimo entusiasmo.

  • Totale disinteresse.

I ragazzi non sono pigri, semplicemente non si fidano più di chi cambia idea ogni sei mesi.

Il mantra del “pericolo democratico” è solo fumo negli occhi

Non c’è nessuna emergenza democratica. C’è, semmai, un’emergenza di credibilità. Il referendum è fallito perché chi avrebbe dovuto portare la gente al voto ha passato gli ultimi vent’anni a spiegare come non andarci.

Il cortocircuito è completo. Chi ieri boicottava oggi si lamenta che il boicottaggio funziona. Un’assurdità logica che solo in Italia può essere considerata analisi politica.

L’astensione non è reato, è coerenza… quando dichiarata

Certo, l’astensione può essere criticabile. Ma è parte del gioco democratico, soprattutto se non si crede nello strumento referendario così com’è. E la sinistra, che oggi la demonizza, è la stessa che ieri ne faceva bandiera.

Ci vuole coerenza, non indignazione a intermittenza e soprattutto ci vuole un lavoro che inizi a rendere meno grand il gap che oggi esiste tra le persone e le istituzioni.

Smettetela di prenderci per scemi

Chi oggi si scandalizza per l’astensione dovrebbe almeno avere il pudore di tacere. Perché nessuno ha distrutto la partecipazione democratica più della sinistra degli ultimi trent’anni.

Ha creato disillusione. Ha teorizzato il disimpegno. Ha usato l’astensione come arma politica. E oggi, che quella stessa arma viene usata da altri, piange lacrime di coccodrillo.

L’Italia non è sotto attacco. È solo stanca di essere presa in giro da una classe dirigente ipocrita, che dice una cosa e ne fa un’altra, che invoca la partecipazione ma costruisce astensioni, che parla di integrazione e poi vota No.

Il referendum non è fallito. È la sinistra oggi ad aver fallito, e il popolo probabilmente è stufo.

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