La voce che non volete sentire: la sex worker anonima smonta l’indignazione collettiva

Ogni estate c’è un caso mediatico che monopolizza il dibattito online. Quest’anno è toccato a una vicenda legata alla diffusione non autorizzata di foto di alcune influencer, finite dentro un forum per adulti, che raccoglieva e catalogava immagini, corredandole di commenti spesso pesanti dei vari utenti iscritti. La notizia ha subito generato articoli, firme digitali, petizioni, dichiarazioni indignate.

Nulla di nuovo sotto il sole: la dinamica è quella che conosciamo, un fatto privato diventa collettivo, i media ci si buttano a pesce, i social fanno da cassa di risonanza e l’indignazione esplode in poche ore. Poi, come sempre, calerà il silenzio, lasciando intatti i meccanismi che hanno reso possibile tutto questo ma nel frattempo sono scattate le denunce e il sito, sicuramente per evitare ulteriori problemi, ha chiuso i battenti ovviamente rilasciando una dichiarazione ufficiale.

Dentro al forum: il voyeurismo organizzato

Dopo aver letto le prime storie di alcune influencer che lo avevano citato, siamo riusciti ad iscriverci al forum, non lo nominiamo qui per scelta precisa, ma la struttura era quella tipica dei forum anni 2000: thread divisi per nomi di ragazze, cataloghi di foto prese da Instagram, OnlyFans o altre piattaforme, commenti che vanno dal superficiale e spesso al pesantemente offensivo.

All’interno del forum, quello che saltava subito all’occhio era la netta differenza tra i materiali condivisi. Da un lato c’erano le foto già pubbliche, le stesse che chiunque poteva vedere su Instagram o su altri social: immagini di ragazze in costume, scatti ammiccanti, pose più o meno studiate per attirare like e commenti. Materiale, insomma, che era già circolato liberamente in rete e che veniva semplicemente ricontestualizzato, trasformato nel pretesto per discorsi da bar travestiti da thread.

Dall’altro lato, però, c’erano contenuti ben diversi: foto e video sottratti a piattaforme a pagamento, spesso provenienti da creator che con quel lavoro ci campano. In questo caso non si trattava più di “riutilizzare” immagini già esposte al pubblico, ma di rubare veri e propri prodotti digitali, nati per essere venduti e non certo regalati a migliaia di utenti anonimi. È qui che la questione assume una dimensione diversa, perché oltre al lato morale e culturale entra in gioco un danno economico concreto, misurabile, che tocca direttamente chi quei contenuti li ha creati.

Nel primo caso, siamo davanti a un voyeurismo di massa, una specie di bar digitale dove le foto diventano pretesto per commenti da spogliatoio. Nel secondo caso, invece, si tratta di pirateria vera e propria: contenuti venduti come abbonamenti vengono diffusi gratuitamente, creando un danno economico evidente.

Fortunatamente, non abbiamo trovato tracce di materiale pedopornografico: è bene sottolinearlo perché troppo spesso, nel raccontare queste vicende, si tende a mischiare tutto nello stesso calderone. E non è così: il confine legale e morale è netto, e banalizzarlo serve solo a fare confusione.

La voce fuori dal coro: l’influencer che non si sente vittima

Per andare oltre la superficie, abbiamo contattato una content creator per adulti. Ci ha risposto chiedendo l’anonimato, per evitare shitstorm e attacchi personali. E la sua posizione ci ha sorpreso, perché molto distante dall’indignazione collettiva che stava montando sui social.

«Non mi sento molestata se un mio contenuto finisce lì. Mi arrabbio perché è un danno economico, certo: io vendo le mie foto e se qualcuno le distribuisce gratis, ci perdo soldi. Ma non confondiamo: se posto una foto su Instagram e la commentano in modo pesante, quella non è molestia. È maleducazione. Diverso è quando rubano un contenuto che io vendo: lì sì che è un problema serio».

Queste parole mettono a fuoco un punto che nel dibattito pubblico si perde sempre: non tutto quello che circola online è automaticamente “abuso” o “violenza”. Ci sono differenze sostanziali tra una foto commentata male e pesantemente e un contenuto rubato da una piattaforma a pagamento.

 

La memoria corta dell’indignazione

E qui arriviamo al cuore della questione. Oggi che a essere coinvolte sono influencer mainstream, il coro dell’indignazione si alza compatto. Si firmano petizioni, si parla di tutela delle donne, si invocano leggi più severe. Ma negli anni scorsi, quando a denunciare lo stesso problema erano le sex worker digitali, le creator che vendono i loro contenuti su OnlyFans o su siti simili, nessuno ha mosso un dito.

Anzi, in molti casi la risposta era: “Hai scelto tu di fare quei video, cosa ti lamenti?”.
Il paradosso è evidente: stesso problema, ma vittime diverse, quindi reazioni diverse. Se sei un’influencer considerata “pulita”, sei degna di solidarietà. Se sei una sex worker digitale, te la sei cercata.

La creator che abbiamo intervistato lo ha detto senza giri di parole:

«Ogni volta che denunciavo la diffusione dei miei contenuti, la risposta era sempre la stessa: ‘Sei tu che hai scelto di farli’. Adesso invece, con le influencer, tutti parlano di rispetto e di violenza. Perché questa differenza?».

Una domanda che brucia, perché tocca il nervo scoperto dell’ipocrisia collettiva.

I precedenti italiani: dal social al telefono hackerato

Non è certo la prima volta che assistiamo a episodi del genere, da anni in Italia circolano foto di influencer prese direttamente dai loro profili Facebook o Instagram, oppure immagini trovate su Google, già visibili a chiunque. In questi casi, il meccanismo è semplice: materiale già pubblico viene estrapolato e ricontestualizzato, inserito dentro forum o gruppi dove diventa oggetto di commenti spesso volgari. È un fenomeno fastidioso, discutibile, ma che parte da contenuti già esposti volontariamente online.

Ben diverso è il discorso quando si parla di telefonini hackerati o account violati. Basti ricordare i casi di Belen o di Diletta Leotta, finite al centro di scandali mediatici proprio perché immagini e video strettamente privati erano stati sottratti e poi diffusi sulle piattaforme hard o all’interno di Telegram. E qui tocchiamo un nervo scoperto: Telegram pullula di gruppi in cui circolano non solo contenuti rubati dalle piattaforme a pagamento, ma anche foto intime, conversazioni private e perfino materiali ottenuti illegalmente.

In questo contesto rientra anche la vicenda dei celebri audio di Raoul Bova, diventati virali e trasformati in parodie e lipsync. Perché se è vero che oggi tanti criticano il forum che diffonde foto di influencer, molti di quelli stessi indignati hanno in passato usato quegli audio privati per riderci sopra o per accumulare visualizzazioni. E allora la domanda sorge spontanea: dov’è la coerenza? Se consideriamo una violazione grave la condivisione di foto di una influencer, perché non consideriamo molestia anche l’uso improprio e ironico di audio o contenuti rubati a un attore?

Questa memoria corta e selettiva rivela molto più dei casi stessi: mostra quanto la nostra cultura collettiva tenda a misurare il grado di empatia non in base al fatto in sé, ma a chi ne è protagonista.

Corpo, consenso e contesto

La questione di fondo è che viviamo in un’epoca in cui il corpo femminile è diventato parte integrante dell’identità digitale. Influencer e creator, in modi diversi, usano immagini di sé per costruire pubblico, reputazione e guadagni. Tutto lecito e legittimo.

Ma la linea tra esposizione volontaria e invasione è sottile. Una foto pubblicata su Instagram in bikini può essere vista come “empowerment” in un contesto, ma se finisce dentro un forum di commentatori diventa improvvisamente “abuso”. La stessa immagine cambia significato solo per il contesto in cui viene inserita.

E questo ci interroga: chi decide dove finisce la libertà di espressione e dove inizia la violenza? Possiamo davvero delegare tutto a hashtag e petizioni?

Il problema vero: la pirateria dei contenuti

Al netto delle sfumature culturali, c’è però un punto fermo: la pirateria dei contenuti è un problema enorme. Non solo per i sex worker, ma per qualsiasi settore creativo. Vale per chi produce serie TV su Netflix, musica su Spotify, libri in formato digitale e vale anche per chi vende foto e video a pagamento.

Rubare e diffondere quei contenuti significa tagliare fuori chi lavora, privarlo del suo guadagno, ridurre il valore del suo lavoro a zero è un danno concreto, tangibile, che non ha bisogno di etichette roboanti come “violenza digitale” per essere compreso. È furto, punto.

Due pesi e due misure: la solidarietà selettiva

Alla fine, quello che emerge da questa vicenda non è solo la pochezza di certi forum e soprattutto degli uomini e dei loro commenti beceri, ma soprattutto la solidarietà selettiva con cui reagiamo. Abbiamo una memoria corta e un’indignazione a corrente alternata: ci mobilitiamo quando la vittima è percepita come vicina a noi, e giriamo lo sguardo dall’altra parte quando la vittima appartiene a un mondo che giudichiamo.

È un atteggiamento ipocrita che, oltre a non risolvere nulla, rischia di alimentare nuove divisioni perché finché continueremo a distinguere tra vittime di serie A e vittime di serie B, continueremo a perdere di vista il vero nemico: la facilità con cui i contenuti rubati si diffondono online e la cultura che li normalizza.

Siamo controcorrente? Forse…

Non c’è dubbio che il forum in questione vada condannato per quello che è: un luogo in cui si fa traffico di immagini senza consenso e senza rispetto. Ma non cadiamo nell’errore di ridurre tutto a “molestia”, perché così si perde di vista la complessità.

La verità è che questo caso ci mette davanti a uno specchio: non siamo coerenti. Difendiamo chi ci piace, giudichiamo chi non ci piace e nel frattempo, i contenuti continuano a circolare, i forum si moltiplicano, e i danni – economici e personali – li subiscono sempre e solo le donne coinvolte, siano esse influencer o sex worker.

Il resto è solo indignazione da tastiera, buona per una firma su Change.org e un paio di titoli sui giornali. Poi, passata la tempesta, torniamo a scrollare e a consumare, senza farci troppe domande.

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