Il processo ai figli scomodi: quando pensare diventa reato

Il processo ai figli scomodi: quando pensare diventa reato

Ci sono settimane in cui il dibattito pubblico italiano si condensa in una manciata di episodi apparentemente separati che, guardati insieme, raccontano qualcosa di molto più profondo di quello che sembrano. Questa è stata una di quelle settimane. Erri De Luca ha detto che la parola sionismo non dovrebbe essere un insulto, e che chiamare genocidio quello che accade a Gaza è una distorsione storica. Francesco De Gregori ha detto che ha le idee confuse su Gaza e che gli sembra onesto ammetterlo, aggiungendo che non capisce bene quale titolo abbiano i cantanti per impartire lezioni di geopolitica dal palco. Vasco Rossi ha detto che lui parla con le canzoni. Tre affermazioni diverse, tre persone diverse, tre registri diversi. Eppure il risultato è stato quasi identico per tutti e tre: un diluvio di reazioni indignate, articoli al vetriolo, campagne social, rese dei conti pubbliche. Qualcuno ha persino raccontato di aver riportato in libreria i libri di De Luca, gesto simbolico che dice tutto sulla natura di quello che sta accadendo.

La maledizione di una parola

Partiamo da Erri De Luca, perché è il caso più istruttivo. Lo scrittore napoletano, osannato per anni come una delle coscienze morali della sinistra italiana, autore di libri amati da un pubblico che si riconosce in certi valori di giustizia, resistenza, impegno civile, ha pronunciato una frase che ha scatenato qualcosa di straordinariamente rivelatore nel meccanismo della tribù. Ha detto, in sostanza, che il sionismo nel suo significato originario è semplicemente il riconoscimento del diritto degli ebrei ad avere uno Stato, e che chi riconosce il diritto di Israele a esistere è, per questo semplice fatto, già sionista. Ha detto che applicare la parola genocidio alla guerra di Gaza è una distorsione storica e verbale. Ha anche precisato, con assoluta chiarezza, che la situazione a Gaza è terribile, che il numero di vittime civili è enorme, che la popolazione paga un prezzo altissimo. Non ha minimizzato nulla. Ha soltanto rifiutato di usare una parola specifica in un modo che, a suo avviso, non corrisponde alla sua definizione storica.

La reazione è stata immediata e feroce. Come se avesse detto qualcosa di radicalmente eversivo. Come se quarant’anni di scrittura, di impegno, di battaglie civili, la vicenda del No TAV, le opere tradotte in tutto il mondo, la voce prestata ai marginali e agli ultimi, fossero stati cancellati in un pomeriggio. Nei giorni successivi è arrivata anche la parziale retromarcia: De Luca ha precisato che oggi sionismo coincide con il governo della peggiore destra israeliana e che lui voleva recuperare il senso originale del termine. Una mossa comprensibile dal punto di vista umano, meno nobile dal punto di vista intellettuale, perché ha il sapore di chi cede alla pressione del gruppo piuttosto che di chi elabora genuinamente una nuova riflessione. Ma questo, in un certo senso, è già parte della storia che stiamo raccontando.

Il problema non è Gaza

È necessario essere molto chiari su un punto, perché altrimenti tutto il ragionamento si inceppa. Questo articolo non è sulla guerra a Gaza. Non è su Israele. Non è sulla questione palestinese. Non è sulla definizione giuridica di genocidio. Sono temi enormi, dolorosissimi, che meritano analisi ben più profonde e competenti di quelle che si possono fare in un articolo d’opinione. Il punto non è stabilire chi ha ragione su quei temi. Il punto è il meccanismo che si è messo in moto attorno a quelle dichiarazioni. Perché il meccanismo è sempre lo stesso, indipendentemente dall’argomento. E una volta che lo riconosci, non riesci più a non vederlo.

Il meccanismo funziona così: finché un intellettuale, un artista, uno scrittore dice quello che il suo pubblico di riferimento si aspetta di sentire, è un maestro. È una voce. È una coscienza. È un simbolo. Nel momento in cui esce dal perimetro atteso, non necessariamente spostandosi a destra, non necessariamente abbracciando posizioni contrarie, ma semplicemente introducendo una sfumatura, un dubbio, una complessità che non era prevista, diventa immediatamente un sospetto. I libri tornano in libreria. I post diventano velenosi. Le amicizie si incrinano. L’eredità viene revocata. È un processo che ricorda, in scala ridotta e senza le conseguenze fisiche, le logiche dell’abiura. Non sei più chi eri. Sei quello che hai detto ieri.

Francesco De Gregori e lo scandalo dell’incertezza

Il caso di Francesco De Gregori è diverso, e per certi versi ancora più interessante. Perché De Gregori non ha nemmeno espresso una posizione netta su Gaza. Ha fatto qualcosa di molto più radicale: ha ammesso di non sapere. Ha detto di avere le idee confuse, e di trovare questa confusione onesta. Ha sollevato una questione di competenza, quale titolo ha un uomo di spettacolo per salire su un palco e impartire lezioni geopolitiche?, con una frase che, nel panorama dell’opinione obbligatoria contemporanea, suona quasi come un atto sovversivo: “C’è bisogno che Springsteen dica che è contro l’amministrazione Trump?”

La risposta che gli è piovuta addosso, da Iacchetti in giù, con una guerra personale dichiarata e una quantità industriale di commenti inferociti, dice molto più della domanda. Perché nel mondo contemporaneo ammettere di non sapere è percepito come una colpa. Dire “ho le idee confuse” in un’epoca in cui tutti sembrano avere risposte immediate e assolute su qualsiasi cosa viene letto come viltà, ambiguità, complicità. Come se la complessità fosse una patologia. Come se il dubbio fosse una forma di tradimento. Come se l’unica alternativa accettabile fosse schierarsi, nel modo giusto, s’intende, e farlo ad alta voce, nel più breve tempo possibile, preferibilmente con uno striscione o almeno con una storia su Instagram.

Ma De Gregori non stava sostenendo l’indifferenza. Stava sollevando qualcosa di molto più preciso: la questione della competenza e dell’onestà intellettuale. Se sono un cardiologo e ho un problema al motore della mia auto, non mi metto a dare consigli meccanici. Se sono un musicista e mi trovo di fronte a una crisi geopolitica che affonda le radici in decenni di storia coloniale, mandati internazionali, guerre per procura, strutture religiose e identitarie stratificate, il fatto che io sappia suonare la chitarra non mi rende automaticamente più attrezzato per analizzarla di quanto lo sia un contadino di Alessandria. L’onestà, in questo caso, sta nel dirlo.

L’industria dell’opinione obbligatoria

Il ragionamento di De Gregori tocca qualcosa che merita di essere esplorato più a fondo, perché riguarda una trasformazione culturale profonda degli ultimi vent’anni. Viviamo nell’epoca dell’opinione obbligatoria. Ogni evento rilevante, una guerra, un’elezione, un disastro naturale, un processo, una dichiarazione di un politico, genera in poche ore l’aspettativa che tutti si pronuncino. Il silenzio non è più una forma di prudenza o di rispetto per la complessità: è una colpa. Non schierarsi è già uno schieramento. La neutralità non esiste, e chiunque la rivendichi sta implicitamente scegliendo il lato sbagliato.

Così il cantante diventa analista geopolitico. L’attore diventa esperto di diritto internazionale. L’influencer diventa storico. Il tiktoker diventa costituzionalista, e l’effetto collaterale è una gigantesca semplificazione della realtà. Questioni che richiederebbero anni di studio vengono compresse in hashtag. Conflitti che durano da decenni vengono raccontati come partite di calcio, con i buoni da una parte e i cattivi dall’altra, il tifo come metodo conoscitivo e la certezza assoluta come virtù cardinale. Chi si permette di dire che forse la situazione è più complicata, come ha fatto De Gregori, come ha fatto De Luca, viene immediatamente sospettato di essere dalla parte dei cattivi, qualunque cosa significhi.

C’è poi un elemento di ipocrisia strutturale in tutto questo che vale la pena nominare. Quando un artista si esprime politicamente in modo conforme all’orientamento del pubblico, il suo intervento viene celebrato come coraggio, come impegno civile, come uso responsabile della propria visibilità. Quando si esprime in modo difforme, o quando si astiene dall’esprimersi nel modo atteso, lo stesso intervento diventa esibizionismo, vigliaccheria, tradimento. Il criterio di valutazione non è il merito dell’argomento: è la sua conformità alla narrativa del gruppo. È esattamente il meccanismo che De Gregori ha smontato con la sua domanda retorica su Springsteen: la rockstar che critica Trump non rischia nulla, perché sta dicendo quello che il suo pubblico vuole sentirsi dire. Non è coraggio. È consenso.

Vasco Rossi e il diritto di fare l’artista

La risposta di Vasco Rossi è quella che a prima vista sembra la più semplice, ma che a guardarla meglio contiene forse il punto più sofisticato di tutti. Vasco non ha attaccato De Gregori. Non l’ha ridicolizzato. Non ha preso le distanze in modo polemico. Ha detto che ognuno segue la propria coscienza, che rispetta il pensiero altrui anche quando non lo condivide, e ha aggiunto una frase apparentemente minima ma in realtà densa: io parlo con le canzoni. Anzi: io sono le mie canzoni.

Questa frase contiene una idea che sembra scomparsa dal dibattito contemporaneo: l’idea che un artista possa semplicemente fare l’artista. Che uno scrittore possa scrivere. Che un musicista possa suonare. Che la sua opera sia già una forma di presenza politica e civile nel mondo, spesso più efficace, più duratura, più onesta di qualsiasi dichiarazione di schieramento. Ma nell’economia dell’indignazione social questa posizione è sospetta quasi quanto quella di De Gregori, perché non fornisce il contenuto immediato che la tribù richiede. Non basta avere fatto grandi canzoni. Devi anche certificare quotidianamente la tua appartenenza. Devi firmare l’appello. Devi pubblicare la storia. Devi dimostrare di essere ancora dalla parte giusta.

La sinistra e il vizio dell’espulsione

C’è una questione più specifica che riguarda la sinistra italiana, e che questa vicenda porta alla luce in modo molto nitido. Una parte della sinistra contemporanea ha sviluppato una tendenza quasi compulsiva all’espulsione dei propri figli scomodi. Non si tratta di una dinamica nuova, il Novecento è pieno di esempi in scala ben più tragica, ma ha trovato nei social media uno strumento di accelerazione e amplificazione che la rende particolarmente visibile. Chiunque esca dal recinto, anche solo per un millimetro, viene immediatamente trattato come un traditore. Non importa cosa abbia fatto prima. Non importa quale sia stata la sua storia. Non importa quale contributo abbia dato alla causa per decenni. Conta soltanto l’ultima dichiarazione.

Il paradosso è che questa dinamica contraddice nel profondo i valori che quella sinistra dichiara di incarnare. Una cultura che si vanta di pluralismo, di apertura, di rispetto per la diversità di pensiero dovrebbe essere la prima a tollerare che uno scrittore di settant’anni arrivi a conclusioni diverse dalle proprie su una questione geopolitica complessa. Invece attiva un meccanismo che ricorda molto da vicino esattamente ciò contro cui si è costruita storicamente: l’ortodossia, l’abiura, il processo politico. Oggi tocca a Erri De Luca. Ieri toccava a qualcun altro. Domani toccherà a qualcun altro ancora. Fino a quando resteranno soltanto persone che la pensano esattamente nello stesso modo. E quello, lo sappiamo tutti, non è pluralismo. È una setta.

Vale la pena aggiungere che questa non è una caratteristica esclusiva della sinistra. La destra ha i suoi meccanismi analoghi, le sue ortodossie, i suoi processi ai dissidenti interni. Il punto è che in questo momento specifico è la sinistra culturale italiana ad aver innescato queste reazioni attorno a De Luca e De Gregori, e quindi è lì che vale la pena guardare. Non per una questione di tifoseria inversa, ma perché il meccanismo è lo stesso ovunque e va riconosciuto ovunque, a prescindere dalla casacca.

Il problema della delega cognitiva

Ma il vero problema, in fondo, non sono gli artisti. Gli artisti, in questa storia, sono solo il sintomo. Il vero problema è il pubblico. È la quantità crescente di persone che sembra aver delegato completamente il proprio processo di formazione dell’opinione a figure esterne, artisti, influencer, commentatori, personaggi televisivi, aspettando che qualcuno dica loro cosa pensare. Non è una questione di intelligenza individuale è una questione di abitudine culturale. Viviamo in un ecosistema mediatico che premia la velocità e la certezza, che penalizza il dubbio e la sfumatura, che trasforma ogni argomento in una sequenza di contenuti da consumare rapidamente e condividere immediatamente.

Eppure non siamo mai stati così attrezzati per ragionare in modo autonomo. Abbiamo accesso alla più grande quantità di informazioni della storia umana. Possiamo leggere giornali israeliani, palestinesi, americani, britannici, arabi. Possiamo accedere ad analisi accademiche, a documenti storici, a inchieste giornalistiche di lungo periodo. L’intelligenza artificiale traduce in tempo reale qualsiasi testo da qualsiasi lingua. Non è mai stato così facile, nella storia dell’umanità, uscire dalla propria bolla informativa e confrontarsi con punti di vista radicalmente diversi. Eppure mai come oggi così tante persone sembrano aver rinunciato a farlo, preferendo aspettare che Erri De Luca, o chiunque altro occupi quel ruolo di autorità morale nel proprio ecosistema di riferimento, dica loro dove stare.

Il tifo come sistema epistemologico

C’è un termine tecnico per descrivere quello che succede quando valutiamo le informazioni non in base alla loro veridicità ma in base alla loro consonanza con le nostre convinzioni preesistenti: si chiama bias di conferma. È un meccanismo cognitivo universale, presente in tutti gli esseri umani, che i social media hanno portato a un livello di efficienza prima sconosciuto. Gli algoritmi non fanno altro che amplificarlo, costruendo ambienti informativi in cui le persone incontrano prevalentemente contenuti che confermano quello che già pensano, aumentando progressivamente la loro certezza e la loro intolleranza per il dissenso.

Il risultato è quello che stiamo vedendo in queste settimane. Un dibattito su Gaza che in Italia si è trasformato in una guerra per procura tra tribù identitarie, in cui il merito delle questioni, la storia del conflitto, il diritto internazionale, le responsabilità dei diversi attori, le prospettive di soluzione, è quasi completamente scomparso, sostituito da una battaglia sulla purezza ideologica dei parlanti. Non importa cosa dici su Gaza: importa chi sei, da che parte stai, a quale tribù appartieni. E chi come De Luca o De Gregori si permette di introdurre una complessità che non era prevista dal copione diventa automaticamente sospetto, non perché abbia torto, ma perché ha disturbato l’ordine simbolico.

Pensare è più difficile che schierarsi

Forse la lezione che arriva da questa vicenda è molto più semplice di quanto sembri. Pensare è difficile. Studiare è difficile. Capire è difficile. Mantenere la propria posizione di fronte alla pressione del gruppo è difficile. Ammettere che non si sa è difficile. Ripetere slogan è facilissimo. Schierarsi è facilissimo. Seguire il gregge è facilissimo. Riportare un libro in libreria per segnalare la propria indignazione è facilissimo. La vera fatica consiste nel leggere, approfondire, confrontare fonti diverse, modificare la propria opinione quando i fatti lo richiedono, e soprattutto costruire una lettura del mondo che sia genuinamente propria, non riflessa da qualcun altro.

Erri De Luca non è diventato improvvisamente un nemico della causa palestinese. Francesco De Gregori non è diventato improvvisamente un reazionario finito. Vasco Rossi non ha tradito nessuno dicendo che parla con le canzoni. Sono semplicemente persone che in momenti diversi hanno detto qualcosa che non rientrava nel copione atteso. E il fatto che questo basti a scatenare campagne di linciaggio civile dice molto più sul pubblico che su di loro.

Il punto, alla fine, non è stabilire chi ha ragione su Gaza. Il punto è capire se siamo ancora capaci di ascoltare qualcuno senza pretendere che confermi automaticamente le nostre convinzioni. Se siamo ancora capaci di distinguere tra un’opinione che ci disturba e un’opinione che è sbagliata. Se siamo ancora capaci di reggere la complessità senza trasformarla immediatamente in un’appartenenza da difendere. Perché il giorno in cui non saremo più capaci di farlo non diventeremo più giusti. Diventeremo soltanto più manipolabili.

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