Esiste un modo infallibile per capire in che stato si trova un Paese: osservare come tratta le proprie date fondative. Non i discorsi che ci costruisce sopra, non le cerimonie che vi celebra attorno, ma il modo concreto, quotidiano, quasi inconsapevole, in cui quelle date vengono vissute, evitate, distorte o ridotte a strumento. E il 25 aprile 2026, ottantunesimo anniversario della Liberazione dal nazifascismo, ha offerto all’osservatore attento uno spettacolo tanto prevedibile nelle sue singole componenti quanto sconfortante nella sua sintesi: una giornata che avrebbe dovuto commemorare la fine di un’oppressione e che si è invece trasformata nell’ennesima dimostrazione di come due opposte faziosità siano riuscite, nel tempo, a fare a pezzi qualcosa che apparteneva a tutti.
Da una parte c’è la destra, con la sua incapacità strutturale, e ormai quasi ostentata, di fare pace con una storia che non riesce a smettere di sentire come una sconfitta. Dall’altra c’è una certa sinistra, o quello che se ne dice custode, che ha trasformato la memoria della Resistenza in un recinto privato, con tanto di cancello e lista degli ospiti ammessi. Nel mezzo, come sempre, la storia vera: complessa, polifonica, scomoda per entrambi i fronti, e per questo sistematicamente ignorata da entrambi.
Roberto Vannacci e il Leone di San Marco: una strategia, non una devozione
Cominciamo dall’episodio che ha catalizzato, nei giorni precedenti, l’attenzione mediatica, almeno quella interessata a fare un po’ di rumore senza troppa fatica. Roberto Vannacci, leader di Futuro Nazionale, ha dichiarato con perfetta nonchalance che il 25 aprile avrebbe festeggiato San Marco, patrono di Venezia, aggiungendo che la Liberazione sarebbe degna di celebrazione pubblica soltanto nel momento in cui diventasse «una festa che unisce tutti gli italiani».
Ora. Qui bisogna essere precisi, perché la precisione è la prima forma di rispetto nei confronti dell’intelligenza del lettore. L’argomento di Vannacci, quella della festa che «divide invece di unire», è il classico esempio di ragionamento circolare che si nutre di sé stesso senza mai essere costretto a dimostrare nulla. La festa divide? Smetto di parteciparvi. Non partecipando, contribuisco alla divisione. La divisione conferma che la festa divide. Ergo, non parteciperò ancora. È un loop logico da manuale, che ha il vantaggio di sembrare una posizione principiata senza esserlo minimamente.
Ma ciò che interessa davvero, al di là dell’acrobazia retorica, è la scelta del simbolo alternativo. San Marco. Il patrono di Venezia. Il Leone d’oro su sfondo cremisi che è anche il simbolo della Serenissima, della tradizione veneta, di un immaginario identitario che rimanda esattamente all’elettorato di riferimento di certi ambienti politici. Nessuna ingenuità, dunque. Nessuna devozione religiosa particolarmente sentita. Una locandina, esattamente come quelle che hanno inondato le bacheche social di numerosi esponenti di questa area politica anche nella politica locale: non un simbolo di libertà, ma una bandiera di appartenenza travestita da scelta culturale.
Il problema non è che Vannacci festeggi San Marco. È libero di farlo, e probabilmente lo fa già tutti gli anni senza bisogno di dichiararlo ai giornalisti. Il problema è che lo dichiari esattamente in questo contesto, esattamente in questi giorni, come alternativa esplicita alla Liberazione. Perché quella dichiarazione non è devozione religiosa: è un messaggio politico codificato, destinato a chi capisce, e calcolato per irritare chi non è disposto a capire.
La storia che la destra non vuole studiare
Il paradosso grottesco di questa postura è che si fonda su una lettura della storia tanto parziale da rasentare l’analfabetismo storico volontario. Vannacci ha sostenuto, nell’intervista in cui spiegava la sua preferenza per il Leone marciano, che l’Italia «fu liberata dagli Alleati» non dalla Resistenza. Un argomento che ha il sapore di quei ragionamenti concepiti appositamente per essere irrefutabili in apparenza e vuoti nella sostanza.
Sì, gli eserciti alleati hanno avuto un ruolo determinante. Nessuno storico serio lo nega. Le truppe anglo-americane, con i polacchi del Secondo Corpo d’Armata, con i brasiliani, con i canadesi e con decine di altre nazionalità, hanno risalito la Penisola pagando un prezzo umano devastante, e senza quella spinta dal basso la macchina bellica nazista non sarebbe stata sgretolata. Il Corpo Italiano di Liberazione, spesso dimenticato persino nei libri di testo, era composto da soldati regolari che dopo l’8 settembre 1943 scelsero di combattere a fianco degli Alleati: non erano irregolari della montagna, erano reparti organizzati che parteciparono a battaglie sanguinose e decisive, una continuità dello Stato che chi vorrebbe ridurre la Liberazione a una faccenda esclusivamente straniera farebbe bene a ricordare.
E poi ci sono gli IMI, gli Internati Militari Italiani: oltre seicentomila soldati deportati nei lager tedeschi perché si rifiutarono di aderire alla Repubblica Sociale. La loro fu una resistenza silenziosa, fatta di fame, stenti e dignità, un «no» collettivo che privò i nazisti di un supporto militare fondamentale e che raramente trova spazio nelle narrazioni tanto di destra quanto di sinistra, perché non si adatta perfettamente alle liturgie di nessuno dei due campi.
I partigiani, in questo quadro, non sono né gli unici protagonisti né dei comodi totem da rivendicare. Furono loro, però, a garantire che le grandi città del Nord venissero liberate prima dell’arrivo fisico degli eserciti alleati, e questo non fu un dettaglio: fu la differenza tra un’Italia conquistata dall’esterno e un’Italia che si riprendeva, almeno in parte, la propria dignità al tavolo della pace. Una distinzione che Vannacci, evidentemente impegnato nelle celebrazioni marciane, non ha trovato il tempo di approfondire.
La sinistra e il monopolio della memoria
Ma sarebbe disonesto, oltre che noioso, limitarsi a criticare la destra in una giornata in cui la sinistra ha offerto, a Milano, uno spettacolo di uguale o forse superiore desolazione.
Durante il corteo del 25 aprile nel capoluogo lombardo, la Brigata Ebraica, che rappresenta storicamente una delle formazioni che combatterono contro il nazifascismo, è stata cacciata dalla manifestazione tra insulti antisemiti, fischi e cori che chiedevano l’espulsione dei «sionisti». Tra le frasi urlate dai manifestanti, anche «siete solo saponette mancate». Si deve leggere la frase lentamente, per capirne il peso specifico. «Saponette mancate» è un riferimento diretto all’Olocausto, all’uccisione industriale degli ebrei e all’utilizzo dei loro corpi. Detto durante una manifestazione che celebra la liberazione dal nazifascismo. Il 25 aprile. In Italia. Nel 2026.
Emanuele Fiano, esponente del Pd presente con la Brigata Ebraica, ha dichiarato che non era mai successa una cosa simile nei cinquant’anni in cui ha partecipato al corteo. Non è un dettaglio trascurabile. Cinquant’anni di 25 aprile senza che una cosa del genere accadesse, e poi accade adesso, nel nome di una «nuova Resistenza» invocata da chi non sa nemmeno cosa fosse la vecchia.
Il presidente del Museo della Brigata Ebraica, Davide Romano, ha parlato di «violazione istituzionale e costituzionale di gravissima portata», sottolineando che il diritto di commemorare il contributo della Brigata alla Liberazione è stato negato «da chi si arroga il monopolio della memoria e della piazza». Una frase che meriterebbe di essere letta e riletta da chiunque, in questi anni, abbia usato il 25 aprile come palestra di retorica antifascista senza mai fare i conti con l’antisemitismo che stava crescendo dentro i propri cortei.
Perché questo è il punto che la sinistra istituzionale non riesce ad affrontare senza contorcersi: una parte significativa del cosiddetto movimento pro-Palestina che ha trovato spazio, bandiere e voce all’interno delle manifestazioni di quest’area politica esprime posizioni che con l’antifascismo non hanno nulla a che fare. Tra le bandiere che sventolavano nel corteo milanese c’erano quelle di Hamas e di Hezbollah. Organizzazioni che non si limitano a contestare le politiche del governo israeliano, cosa legittima, doverosa, necessaria, ma che hanno nel proprio statuto e nella propria prassi l’eliminazione fisica degli ebrei come obiettivo. Portare queste bandiere in un corteo del 25 aprile non è una forma di Resistenza. È il suo contrario.
Il problema del monopolio
La questione del monopolio della memoria è centrale, e vale la pena affrontarla senza indulgenze verso nessuna delle parti in causa. Per decenni, una certa sinistra ha gestito il 25 aprile come una proprietà privata, costruendo attorno alla data un recinto simbolico che escludeva chiunque non si riconoscesse in una specifica narrativa, con i partigiani come unici eroi, la Resistenza come esclusiva epopea di sinistra, e qualsiasi tentativo di complessità storica bollato immediatamente come revisionismo.
Questa gestione esclusiva ha avuto due effetti prevedibili. Il primo è che ha offerto alla destra italiana un alibi comodo e quasi infinito per non fare mai i conti con la propria storia: se la festa è «della sinistra», c’è sempre una giustificazione pronta per chi sceglie di non parteciparvi. Il secondo effetto, quello che si è visto oggi a Milano, è che il recinto, una volta costruito, non ha una logica interna abbastanza solida da reggere alle pressioni delle identità contemporanee. Se il criterio di inclusione è l’antifascismo declinato come opposizione a qualsiasi potere percepito come oppressivo, allora dentro quel recinto ci entrano, nel tempo, anche i gruppi che inneggiano ad Hamas, che cacciano gli ebrei dai cortei e che urlano frasi che un nazista degli anni Trenta avrebbe potuto pronunciare senza modificare una sillaba.
Lo ha detto chiaramente il deputato Luigi Marattin: «Per decenni ci siamo illusi di vedere il fascismo ovunque, anche quando si trattava semplicemente di opinioni diverse. Ora invece il fascismo sì è fatto vivo, solo che ha la bandiera rossa. Ma fa sempre la stessa cosa: inveisce contro gli ebrei e aggredisce fisicamente chi non la pensa come loro». Una valutazione che può piacere o non piacere nella sua forma, ma che nella sostanza descrive con accuratezza ciò che è accaduto oggi in via Senato a Milano.
Salvini al cimitero americano e l’arte della convenienza
Un cenno merita anche la posizione di Matteo Salvini, che ha scelto di celebrare il 25 aprile al Florence American Cemetery di Tavarnuzze, in provincia di Firenze, ringraziando chi ha «donato la vita per salvare altre vite». Una presa di distanza evidente da Vannacci, che aveva dichiarato di voler festeggiare San Marco.
Il gesto di Salvini è esattamente il tipo di operazione che si fa quando si vuole stare dalla parte giusta senza rinunciare all’altra. Andare al cimitero americano è inattaccabile: si commemora il sacrificio alleato, si onora la memoria, si fanno le foto. Ma il cimitero americano non è Porta San Paolo a Roma, non è piazza del Duomo a Milano, non è il corteo dell’ANPI. È un luogo neutro, privo di quelle tensioni simboliche che renderebbero la presenza di Salvini problematica per il suo stesso elettorato. Una scelta che dice tutto sulla differenza tra partecipare a una memoria condivisa e utilizzarla a proprio comodo.
Una liberazione di molte anime e di nessuna bandiera
La storia del 25 aprile, quella vera, è fastidiosamente incompatibile con le narrazioni che entrambi i fronti amano costruirci sopra. Non è la festa della sinistra, perché la Resistenza era composta da comunisti, socialisti, democristiani, liberali, monarchici, e persino da militari del vecchio esercito regio che avevano semplicemente deciso che l’occupazione nazista non era accettabile. Non è neanche la sconfitta della destra, perché chi lottò per la liberazione non stava lottando contro un orientamento politico, ma contro un sistema di potere che aveva eliminato ogni possibilità di dissenso, che aveva deportato gli ebrei, che aveva ridotto l’Italia a un territorio occupato da una potenza straniera.
La Brigata Ebraica stessa, quella cacciata oggi dai cortei milanesi, è la dimostrazione vivente di questa complessità. Era una formazione militare regolare dell’esercito britannico, composta da circa cinquemila soldati ebrei, che partecipò alle ultime fasi della guerra in Italia. Non era una formazione partigiana in senso stretto. Faceva parte di quello sforzo corale, disordinato, contraddittorio e necessario che ha reso possibile il 25 aprile. Cacciarla da un corteo della Liberazione è un atto che va molto al di là della questione palestinese: è la distruzione simbolica della complessità storica in nome di una narrativa semplificata che non lascia spazio a nulla che non si adatti perfettamente allo schema.
Quello che rimane, alla fine di questa giornata
A Roma, Mattarella ha deposto la corona d’alloro all’Altare della Patria con Meloni, Fontana e La Russa accanto a lui. Una foto istituzionale che, nelle sue intenzioni dichiarate, vuole rappresentare l’unità dello Stato nella commemorazione. Ed è un’immagine che in qualche modo funziona come specchio rovesciato di tutto ciò che è successo durante la giornata: le istituzioni che si compongono per la fotografia mentre il Paese reale si scompone in ogni piazza.
La verità scomoda di questo 25 aprile 2026 è che la data è stata simultaneamente insultata da due direzioni opposte, e che entrambe le direzioni sono convinte di essere dalla parte giusta della storia. La destra che sceglie il Leone di San Marco come alternativa simbolica alla Liberazione non sta difendendo nessuna tradizione: sta mandando un messaggio a un elettorato che ha nel rancore verso una certa narrazione storica una componente identitaria fondamentale. La sinistra che permette, e in alcuni casi giustifica, l’espulsione degli ebrei dai cortei antifascisti non sta difendendo i palestinesi: sta lasciando che il proprio spazio politico venga colonizzato da un antisemitismo che ha solo cambiato il linguaggio con cui si esprime.
In mezzo a tutto questo, la storia vera del 25 aprile continua ad aspettare. Aspetta qualcuno disposto a raccontarla senza farne una bandiera. Aspetta qualcuno capace di tenere insieme la complessità degli alleati e dei partigiani, degli IMI nei lager e dei civili che hanno semplicemente cercato di sopravvivere, della Brigata Ebraica e dei soldati del Corpo Italiano di Liberazione, dei comunisti sulle montagne e dei cattolici nelle città occupate. Aspetta qualcuno che abbia il coraggio di dire che la libertà non è la proprietà di nessuno, e che ogni volta che qualcuno cerca di appropriarsene in esclusiva, da qualsiasi parte si trovi, sta facendo esattamente ciò che il 25 aprile avrebbe dovuto insegnarci a non fare mai più.
Quella storia aspetterà ancora a lungo.



