Dieci giorni che puzzano di Anni di Piombo (e fingiamo di non accorgercene)

Dieci giorni che puzzano di Anni di Piombo (e fingiamo di non accorgercene)

C’è un errore che in Italia si continua a commettere con ostinazione: trattare i fatti come episodi isolati, slegati tra loro, privi di una continuità politica e culturale. È un errore comodo, perché consente di spegnere ogni allarme prima ancora che suoni. Eppure, negli ultimi dieci giorni, i segnali sono stati talmente ravvicinati e coerenti da rendere difficile sostenere che si tratti di semplice coincidenza.

Un’operazione militare statunitense in Venezuela che porta di fatto alla cattura del presidente in carica, una parte della sinistra italiana che scende in piazza a difendere Maduro, esuli venezuelani aggrediti verbalmente perché “non allineati”, cinque colpi di pistola esplosi contro una sede della CGIL a Roma, e infine un’aggressione a sprangate contro militanti di destra nei giorni della commemorazione di Acca Larentia. Presi singolarmente, sono fatti di cronaca. Presi insieme, sono un quadro inquietante.

La domanda non è se l’Italia stia tornando agli Anni di Piombo. La domanda vera è se si stiano riproducendo le stesse dinamiche culturali e politiche che allora portarono alla normalizzazione della violenza.

Il diritto internazionale non è un’opinione

Il primo nodo è internazionale, e riguarda il Venezuela. L’operazione americana che ha portato alla rimozione di Nicolás Maduro è stata raccontata, da una parte del dibattito pubblico, come una necessità storica, quasi un atto dovuto. Il problema, però, è che il diritto internazionale non funziona per simpatia o antipatia.

Se si è condannata l’aggressione russa all’Ucraina in nome del principio di sovranità e di non ingerenza, lo stesso principio deve valere anche quando a intervenire è un alleato occidentale. Non regge l’argomento secondo cui Maduro sarebbe un dittatore sanguinario e dunque “colpibile”, mentre Zelensky sarebbe un presidente democratico e quindi intoccabile. Il diritto internazionale è uno solo, oppure non è nulla.

Accettare l’idea che uno Stato possa intervenire militarmente per cambiare un governo ritenuto illegittimo apre una falla enorme. O le regole valgono sempre, oppure diventano uno strumento retorico da usare a seconda della convenienza geopolitica. Ed è esattamente questa elasticità morale a rendere il mondo più instabile, non più giusto.

La piazza che difende Maduro e l’assurdo che diventa virale

Ma il punto più disturbante non è nemmeno ciò che accade a Caracas. È ciò che accade a Roma, a Genova, nelle piazze italiane. Perché dopo l’operazione in Venezuela, una parte del mondo sindacale e della sinistra ha scelto di scendere in piazza per difendere Maduro e il suo regime. Ed è qui che la realtà ha iniziato a collidere violentemente con l’ideologia.

In quelle stesse piazze c’erano venezuelani che dal Venezuela sono scappati, che hanno vissuto sulla propria pelle ciò che quel regime rappresenta. Eppure sono stati trattati come traditori, insultati, minacciati, zittiti. Un rovesciamento grottesco: chi non c’è mai stato pretende di spiegare il Venezuela a chi da lì è fuggito per salvarsi la vita.

È una scena che racconta meglio di mille analisi lo stato di una certa sinistra: una sinistra ancorata a categorie morte, incapace di guardare la realtà, che difende l’Idea anche quando l’Idea schiaccia le persone reali. Non importa cosa succede davvero in Venezuela. Importa solo chi ha colpito Maduro. Il resto è dettaglio sacrificabile.

Primavalle: cinque colpi alla CGIL e la condanna che non basta

L’attacco alla sede della CGIL di Primavalle è uno di quei fatti che, in un Paese sano, dovrebbero generare una reazione automatica e unanime, senza distinguo e senza malizia: sparare contro una sede sindacale è un atto intimidatorio, un messaggio consegnato non al sindacato in quanto tale ma a un’idea di rappresentanza, di organizzazione, di corpo intermedio, cioè a uno dei pilastri minimi della democrazia moderna. Non è la CGIL in sé a essere nel mirino, è la possibilità stessa che qualcuno si organizzi, discuta, rivendichi, abbia una casa in cui farlo. Chi spara contro una serranda non sta risolvendo un conflitto, sta comunicando: “Se non ci piace quello che fate, possiamo farvi paura”.

Da questo punto di vista, la condanna trasversale è stata giusta, perfino doverosa, e in un certo senso inevitabile: perché nessuno vuole passare alla storia come quello che ha minimizzato un gesto di stampo squadrista. Ma proprio qui sta il punto: la condanna, quando diventa un riflesso istituzionale, rischia di essere una liturgia, una frase fatta, una nota stampa che serve a mettersi in regola con la coscienza e con i giornali, ma non incide sul problema reale, che è il contesto in cui quel gesto diventa “pensabile”.

Perché l’intimidazione non nasce mai nel vuoto. Non nasce solo dalla mano che preme il grilletto, nasce prima nella cultura del “se la sono cercata”, nel ronzio continuo del tifo, nel linguaggio che disumanizza, nell’idea che certi presìdi sociali siano “nemici” e non interlocutori. In altre parole: la condanna è un passaggio necessario, ma non basta se non si affronta ciò che sta sotto, cioè la normalizzazione dell’odio politico come modalità di stare nello spazio pubblico. E qui il discorso si fa delicato, perché il Paese ha un’abitudine pessima: indignarsi per il gesto estremo e ignorare la lunga catena di micro-legittimazioni che lo precedono.

C’è un’ulteriore componente che rende questo episodio più pesante di quanto appaia: la sede sindacale, specie in periferia, non è solo un ufficio. È un posto in cui si va per problemi concreti, spesso personali, spesso economici, spesso urgenti. Colpirlo significa colpire anche chi non milita, chi non fa politica, chi ci entra per chiedere aiuto. È un’intimidazione doppia: al sindacato e a chi si rivolge al sindacato. E quando la politica si limita al “solidarietà e condanna”, senza interrogarsi sul clima che produce questi gesti, rischia di fare il contrario di ciò che dovrebbe: mettere un cerotto sul sintomo e lasciare l’infezione dov’è.

Acca Larentia e la violenza che diventa selettiva

Acca Larentia è da anni un detonatore simbolico: c’è la memoria di un episodio tragico, c’è un pezzo di storia nazionale mai pacificata, c’è la ritualità identitaria di una parte politica che spesso sceglie codici e gesti che non aiutano la convivenza civile, e c’è una contro-risposta che scivola facilmente nel riflesso opposto, quello della demonizzazione totale. È un terreno minato perché contiene troppe cose insieme: dolore, propaganda, rivendicazione, identità. Proprio per questo, però, dovrebbe esistere una regola d’oro che taglia corto: la violenza fisica non è argomento politico, punto.

L’aggressione a sprangate contro militanti che affiggono manifesti, al netto di chi siano e di cosa rappresentino, è un salto di qualità. È violenza “militante”, è un gesto che porta la contrapposizione fuori dal piano simbolico e la trascina nel corpo, nella carne, nella paura reale. E qui la reazione di una parte della politica è stata il vero problema, più ancora dell’episodio in sé: perché quando la condanna diventa timida, quando si annacqua con frasi tipo “sì però anche loro”, quando si passa dal rifiuto della violenza al calcolo dell’opportunità, si manda un segnale devastante: ci sono violenze che fanno curriculum morale e violenze che si possono archiviare come incidenti.

È il meccanismo più tossico in assoluto: trasformare la violenza in un fatto “qualificato” dalla vittima. Se colpisce un sindacato, è attentato alla democrazia. Se colpisce dei ragazzi di destra, diventa quasi una nota a margine, un rumore di fondo, un “eh vabbè, era prevedibile”. E siccome la politica è anche pedagogia pubblica, questo silenzio selettivo educa male: suggerisce che l’aggressione possa essere una risposta “comprensibile” a un contesto giudicato provocatorio.

Eppure è proprio qui che bisogna essere chirurgici: una società non si difende moralmente stabilendo chi merita le botte, si difende stabilendo che nessuno le merita, perché se si apre la porta del “alcuni sì”, quella porta domani viene aperta da altri, con altre categorie, e si finisce in un gioco senza uscita. L’idea che “picchiare un fascista è cosa buona e giusta” è la scorciatoia perfetta per far tornare la logica degli anni peggiori: oggi il fascista, domani il comunista, dopodomani il giornalista, poi l’insegnante, poi lo studente, poi chiunque non stia al posto assegnato dal branco.

E attenzione: il punto non è assolvere rituali discutibili o nostalgie tossiche. Il punto è distinguere tra giudizio politico e legittimazione della violenza. Perché se la violenza torna ad essere un’opzione “tollerata”, prima o poi qualcuno decide che non serve nemmeno più far finta di aver ragione.

Il carburante perfetto: il doppio standard

Il doppio standard è la sostanza più infiammabile che esista in politica. Perché è la negazione stessa della regola condivisa, ed è la base psicologica su cui si costruisce l’odio: “loro possono, noi no”, “loro vengono giustificati, noi demonizzati”, “loro sono buoni a prescindere, noi cattivi a prescindere”. Quando questa dinamica si stabilizza, il conflitto non è più tra idee, ma tra identità. E il conflitto tra identità non ha mediazione, perché non si discute su un programma, si discute sul diritto di esistere.

Il doppio standard ha due facce, entrambe velenose. La prima è quella delle grandi categorie: diritto internazionale, democrazia, libertà, diritti umani. Parole enormi che, in teoria, dovrebbero essere principi. In pratica, nel dibattito pubblico diventano strumenti: valgono quando servono a colpire l’avversario, si relativizzano quando disturbano la propria narrativa. Se la Russia viola il diritto internazionale, giusto indignarsi. Se lo fanno gli Stati Uniti, allora parte la ginnastica mentale: “è diverso”, “è un caso speciale”, “è un intervento necessario”. È la stessa logica che distrugge ogni credibilità: non si difendono principi, si difende una squadra.

La seconda faccia è quella domestica: la violenza. Condanna totale quando colpisce un proprio simbolo, silenzio o ambiguità quando colpisce l’avversario. Qui il doppio standard non è solo ipocrisia: è incentivo. Perché se la società lancia il messaggio che esistono vittime di serie A e vittime di serie B, allora qualcuno farà i conti e penserà: “se lo faccio a loro, mi passa liscia”. È un modo indirettissimo ma reale di autorizzare. E la politica, quando tace o balbetta, diventa parte del meccanismo.

Il doppio standard è carburante anche per un altro motivo: crea frustrazione. Chi si sente trattato con due pesi e due misure spesso non reagisce con maturità civica, reagisce con rancore. E il rancore, in politica, è sempre un materiale che qualcuno sfrutta. La radicalizzazione nasce così: non da idee profonde, ma dalla sensazione di ingiustizia distributiva della morale pubblica. È per questo che andrebbe disinnescato subito, prima che diventi struttura.

Gli Anni di Piombo non iniziano mai con le bombe

Il mito più pericoloso è quello che riduce gli Anni di Piombo a una sequenza di attentati, come se fosse un film che parte già al climax. In realtà quei periodi nascono molto prima, e nascono quasi sempre nello stesso modo: si smette di considerare l’altro un avversario e lo si trasforma in un nemico. È un passaggio sottile ma decisivo. L’avversario ha dignità politica, il nemico no. L’avversario si contrasta, il nemico si elimina, o almeno si umilia.

Quando questo passaggio avviene, cambia tutto: cambiano le parole, cambia il tono, cambia la tolleranza collettiva verso l’intimidazione. Il linguaggio diventa più sporco, più assoluto, più disumanizzante. Si iniziano a pronunciare frasi che sembrano battute ma sono istruzioni: “ci vorrebbe una bella ripulita”, “andrebbero presi a calci”, “con quelli non si ragiona”. È lì che il terreno si prepara. Non servono organizzazioni strutturate, non serve un progetto eversivo. Basta che un certo modo di parlare diventi normale.

Poi arrivano le prime botte, quelle che molti archiviano come “episodi”. E qui scatta l’errore storico: pensare che le botte siano un punto d’arrivo. Non lo sono mai. Le botte sono una fase di test, una prova generale. Se passano, se vengono giustificate, se vengono minimizzate o rese “comprensibili”, allora la soglia collettiva si sposta. E quando la soglia si sposta, qualcuno decide che il gesto successivo è possibile.

Gli Anni di Piombo insegnano proprio questo: la degenerazione è spesso più rapida di quanto si creda. La distanza tra un clima avvelenato e un salto di qualità è minima. Non perché “sia inevitabile”, ma perché le dinamiche sociali hanno un’accelerazione improvvisa quando si crea impunità morale. E oggi, tra social e piazza, questa impunità morale è fin troppo diffusa: c’è sempre una scusa pronta, sempre una causa superiore, sempre un “se lo meritano”.

La politica che gioca col fuoco

In questo quadro, la politica dovrebbe essere un freno. Invece troppo spesso è un amplificatore. Non necessariamente perché voglia il caos, ma perché ha scoperto che il caos porta consenso: polarizza, semplifica, costringe la gente a scegliere una squadra. È il meccanismo perfetto per chi non ha un progetto: si alimenta il conflitto e si campa di conflitto.

La politica gioca col fuoco in due modi. Il primo è il linguaggio: parole sempre più dure, etichette, riduzioni caricaturali dell’avversario, insinuazioni, delegittimazione personale. Questo stile crea un clima in cui l’avversario non viene più percepito come qualcuno con cui convivere, ma come un ostacolo da rimuovere. Ed è così che si apre lo spazio alla violenza: perché la violenza non arriva dove c’è conflitto, arriva dove c’è disumanizzazione.

Il secondo modo è il calcolo: condanne a geometria variabile. Qui si torna al doppio standard, ma con un’aggravante: quando il silenzio è strategico, diventa ancora più grave, perché non è distrazione, è scelta. Si tace per non scontentare la propria base, per non concedere un punto all’avversario, per non “apparire deboli”. E così, per non perdere qualche voto o qualche applauso, si alimenta la percezione che certe aggressioni siano “tollerabili”.

La politica dovrebbe avere una responsabilità che va oltre la comunicazione: dovrebbe proteggere il perimetro democratico, abbassare la temperatura, impedire che lo scontro diventi fisico. Non è moralismo: è manutenzione dello Stato. Se non lo fa, si limita a fare il commentatore del proprio fallimento. E a quel punto la domanda diventa inevitabile: quando arriverà un evento più grave, chi avrà il coraggio di dire che non c’erano segnali?

Qui non vince nessuno

Il punto finale è che questo gioco non produce vincitori, produce soltanto macerie. La violenza politica non è mai un “mezzo” che resta circoscritto: una volta introdotta, tende a contaminare tutto, perché sposta il baricentro del confronto dall’argomentazione alla paura. E quando la paura entra nel discorso pubblico, la democrazia perde ossigeno.

Non vince la sinistra che si illude di stare “dalla parte giusta della storia” mentre difende cause che non comprende e aggredisce chi porta una testimonianza reale. Non vince la destra che si ritrova a fare politica in un clima di contrapposizione permanente e poi si stupisce se la tensione tracima. Non vincono i sindacati, che diventano bersaglio di intimidazioni. Non vincono i movimenti studenteschi, che vengono risucchiati nella radicalizzazione. Non vince nessuno, perché quando lo scontro diventa fisico, la società intera perde in libertà, sicurezza e qualità democratica.

E soprattutto non vince la memoria. Perché la memoria, in Italia, è spesso ridotta a cerimonia e non a lezione. Si ricorda a intermittenza, si commemorano le vittime a giorni alterni, si usa la storia come clava. Ma la storia, quando viene usata così, non educa: divide. E una memoria che divide anziché prevenire diventa un altro carburante.

Se davvero si vuole evitare che il Paese scivoli in un clima simile a quello dei periodi più bui, l’unica strada è crudele ma semplice: stessi principi per tutti, sempre. Condanna piena della violenza ovunque si manifesti. Nessuna indulgenza morale per “i propri”. Nessun silenzio tattico. Nessuna giustificazione travestita da contesto.

Perché la differenza tra uno Stato democratico e uno Stato che si sta rompendo non è l’assenza di conflitto: è la capacità di restare avversari senza diventare nemici, e di restare nemici senza mai diventare carnefici.

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