Ci sono voluti più di cento giorni. Centoventi, per essere precisi, durante i quali il racconto di quella notte tra il 31 dicembre e il 1° gennaio è rimasto sospeso in una zona opaca fatta di testimonianze parziali, versioni che si accavallavano senza mai combaciare del tutto, immagini sfocate dal fumo e dalla concitazione, e una narrazione pubblica che oscillava tra il dolore genuino delle famiglie e la retorica dell’indignazione collettiva, quella che in Italia si accende in fretta e si spegne ancora più in fretta. Poi sono arrivate le immagini delle telecamere. Quattordici, installate all’interno di quello che ufficialmente era un bar e che nei fatti funzionava come una discoteca clandestina, come un luogo che aveva smesso di essere quello che doveva essere senza che nessuno trovasse il momento giusto per dirlo ad alta voce. E quando le immagini parlano, tutto il resto diventa rumore di fondo.
Quello che le telecamere mostrano, e quello che nessuno vuole vedere
La ricostruzione che emerge dalle registrazioni, viste per la prima volta dagli avvocati delle famiglie delle vittime, ha un peso specifico che non si presta a interpretazioni. È Jessica Moretti, moglie di Jacques, a posizionare le candele scintillanti sul collo delle bottiglie di champagne, quei piccoli effetti pirotecnici da festa che trasformano un brindisi in uno spettacolo e uno spettacolo, in quel contesto specifico, in un innesco. Dalle bottiglie ai pannelli fonoassorbenti è questione di minuti, forse meno, perché i materiali che rivestivano l’interno del Constellation non erano pensati per resistere al fuoco ma per assorbire il suono, e l’ironia tragica è che hanno assorbito benissimo entrambi. La festa diventa panico, il panico diventa calca, e la pista da ballo, quella stessa pista su cui duecento persone stavano aspettando il nuovo anno, si trasforma in una trappola da cui non tutti riusciranno a uscire.
Ma c’è una seconda immagine che le telecamere consegnano agli inquirenti, e che pesa quanto la prima, forse di più, perché non riguarda un gesto ma una scelta. Sempre secondo quanto emerso dalle registrazioni, si vede Jessica Moretti che fugge. Mentre il locale precipita nel caos, mentre le persone si accalcano verso le uscite, mentre quarantuno persone perdono la vita e centodieci vengono ferite, alcune in modo gravissimo, c’è chi esce. Questa è la seconda verità che le telecamere raccontano, e non è una verità giuridica, non ancora, ma è una verità umana che qualsiasi processo dovrà tenere in conto.
Un locale che non era quello che doveva essere
Ridurre Crans-Montana a un gesto individuale, per quanto quel gesto sia centrale nella ricostruzione dei fatti, sarebbe un errore che l’analisi non può permettersi. Il Constellation non era una discoteca, almeno non sulla carta, non nelle autorizzazioni, non nelle normative che avrebbe dovuto rispettare. Eppure lo era in tutto il resto: nelle dinamiche della serata, nel numero di persone ammesse, nel tipo di intrattenimento, nell’uso degli spazi, nei materiali di rivestimento assolutamente inadeguati per un luogo che ospitava eventi di quella portata. E qui si apre una domanda strutturale che va ben oltre la cronaca giudiziaria di Crans-Montana, perché quante volte i luoghi cambiano funzione senza che le norme si adeguino, senza che i controlli arrivino, senza che qualcuno nella catena di responsabilità decida di alzare la mano e dire che così non si può andare avanti?
La risposta, se si ha la lucidità necessaria per guardarla in faccia, è sempre la stessa: spesso. Troppo spesso. I bar diventano discoteche, i magazzini diventano locali, i capannoni diventano spazi eventi, e ogni volta il sistema si adatta informalmente, si arrangia, chiude un occhio, e si spera che non succeda niente. Finché succede. E quando succede, arriva la fase delle responsabilità, che è anche la fase in cui tutti cercano un singolo volto su cui concentrare tutto, perché un singolo colpevole è narrativamente più gestibile di una filiera di responsabilità diffuse che implica controllori che non hanno controllato, gestori che non hanno adeguato, autorizzatori che hanno guardato dall’altra parte. Le immagini di Jessica Moretti sono importanti, decisive, probabilmente determinanti nel processo. Ma non esauriscono il quadro, e chiunque provi a convincersi del contrario lo fa per convenienza, non per onestà intellettuale.
La fattura che nessuno si aspettava
La vicenda giudiziaria sarebbe già materiale sufficiente per un lungo ragionamento sullo stato delle cose. Poi però arriva un colpo di scena che sposta tutto su un piano diverso, più concreto, più politico nel senso più letterale del termine, e che ha il pregio di rivelare alcune contraddizioni che in altri momenti resterebbero sepolte sotto la retorica dell’emergenza.
Il 26 aprile scorso la notizia si diffonde: la Svizzera intende recuperare oltre centomila franchi svizzeri per le cure prestate a quattro cittadini italiani rimasti feriti nell’incendio. L’Ufficio federale delle assicurazioni sociali elvetico ha precisato che i costi non verrebbero addebitati alle famiglie, ma all’istituzione estera competente, che nel caso italiano coincide con il Servizio sanitario nazionale, attraverso i meccanismi ordinari di rimborso tra istituzioni. La reazione del governo italiano è immediata e vigorosa: la presidente del Consiglio Giorgia Meloni definisce la richiesta svizzera “ignobile” sui propri canali social, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ribadisce che l’Italia non pagherà, e l’ambasciatore a Berna ricorda che l’Italia ha curato pazienti svizzeri al Niguarda di Milano e ha partecipato attivamente ai soccorsi con un elicottero della protezione civile valdostana.
L’indignazione è comprensibile, sul piano umano. Le fatture che arrivano dopo una tragedia che ha strappato via quarantuno persone fanno un effetto brutale, sembrano fuori luogo, sembrano il gesto di qualcuno che non ha capito la misura della cosa. Ma l’indignazione, da sola, non è un argomento giuridico. E quando si scava un poco sotto la superficie della reazione politica, emergono alcune questioni che meritano di essere nominate con precisione.
Il meccanismo ordinario che nessuno voleva spiegare
La Svizzera non fa parte dell’Unione europea, ma partecipa al coordinamento dei sistemi di sicurezza sociale con gli Stati membri in virtù dell’Accordo sulla libera circolazione delle persone, in vigore dal 2002, che rinvia ai regolamenti europei in materia. Il meccanismo è semplice nella struttura, anche se non sempre nella sua applicazione: un cittadino italiano che si trova temporaneamente in Svizzera riceve cure medicalmente necessarie secondo le regole svizzere, i costi vengono rimborsati provvisoriamente al fornitore della prestazione, e poi l’istituzione svizzera competente, l’Istituzione comune LAMal, li recupera dall’istituzione estera di riferimento, che è il Servizio sanitario nazionale italiano. La persona ferita non riceve una fattura da pagare di tasca propria: la regolazione avviene tra istituzioni, nel rispetto delle procedure stabilite da accordi internazionali che l’Italia stessa ha sottoscritto.
In altre parole, la Svizzera non sta chiedendo qualcosa di straordinario, non sta infrangendo nessuna norma consuetudinaria del diritto internazionale, non sta compiendo un gesto ostile nei confronti di un Paese amico colpito da una tragedia. Sta applicando esattamente le stesse procedure che si applicherebbero se un cittadino italiano si fratturasse una gamba sciando a Verbier, o si sentisse male passeggiando a Ginevra. Lo strumento è lo stesso, lo stesso che esiste anche nella direzione inversa, come ha correttamente ricordato l’ambasciatore Cornado: se un turista svizzero viene curato d’urgenza a Milano, il costo finisce al Servizio sanitario italiano, che poi lo recupera presso le istituzioni elvetiche competenti. Il sistema funziona in entrambe le direzioni. Il fatto che in questo caso specifico la richiesta arrivi dopo una strage non cambia il meccanismo, anche se ne cambia evidentemente il peso politico e comunicativo.
L’indignazione selettiva e la doppia contabilità dello Stato
E qui sta il punto più scomodo, quello che l’analisi politica ha il dovere di nominare anche quando è impopolare farlo. Tre giorni dopo lo scoppio della polemica sulle fatture svizzere, il 29 aprile, la Presidenza del Consiglio dei ministri ha comunicato che la Repubblica italiana si costituirà parte civile nel processo per l’incendio di Crans-Montana. La motivazione, riportata nella nota di Palazzo Chigi, è esplicita: la decisione è motivata dal danno diretto arrecato al patrimonio dello Stato italiano a causa delle ingenti risorse mobilitate dal Servizio nazionale della Protezione civile per l’assistenza medica, psicologica e logistica ai connazionali coinvolti.
Si rilegga con attenzione. L’Italia si costituisce parte civile per recuperare i costi sanitari e logistici sostenuti dallo Stato a causa dell’incendio. Mira cioè a ottenere dai responsabili il rimborso delle spese che la tragedia ha generato sul bilancio pubblico italiano. Il che è esattamente, nella sua struttura logica, quello che la Svizzera ha dichiarato di voler fare nei confronti dell’Italia: recuperare da chi è tenuto a pagare i costi sanitari generati da quell’evento. L’Italia chiama “ignobile” la richiesta svizzera e contemporaneamente si muove per fare la stessa identica cosa attraverso il processo penale. La differenza non è nella logica, ma nel destinatario: la Svizzera guarda all’istituzione assicurativa italiana, l’Italia guarda ai responsabili dell’incendio. Ma l’operazione di fondo, quella di non farsi carico da sola dei costi generati da un evento causato da altri, è la medesima.
Questo non significa che le due posizioni siano equivalenti sul piano morale o giuridico. Ci sono differenze rilevanti: le responsabilità dell’incendio sono ancora in corso di accertamento, la Svizzera è il Paese in cui si è verificata la tragedia e in cui le autorità avrebbero dovuto esercitare i controlli che evidentemente non hanno esercitato, e la tempistica della richiesta, nell’immediata fase post-tragica, ha una durezza comunicativa che si poteva evitare. Ma queste osservazioni non cambiano il quadro di fondo: la reazione italiana è stata costruita su una narrazione di sdegno morale che non regge all’esame della coerenza, perché chi usa il sistema europeo di rimborso sanitario quando ne è beneficiario non può definire “ignobile” lo stesso sistema quando lo si applica a proprio svantaggio.
Il regolamento europeo che lascia uno spazio, e chi lo riempie
C’è però una via d’uscita, e vale la pena segnalarla con precisione, non per salvare la faccia a nessuno ma perché è una via d’uscita reale. L’articolo 35 del regolamento europeo n. 883 del 2004, che disciplina il coordinamento dei sistemi di sicurezza sociale, prevede che gli Stati membri e le loro autorità competenti possano rinunciare a ogni rimborso. Non è automatico, non scatta per default, ma è un’opzione che esiste, che il regolamento stesso contempla, e che può essere attivata attraverso un accordo o una scelta concordata tra le autorità competenti dei due Paesi. Significa che la soluzione non è nell’indignazione comunicata via social media, ma in una trattativa amministrativa e diplomatica che potrebbe portare la Svizzera a rinunciare alla richiesta come gesto di riconoscimento straordinario della portata della tragedia. Sarebbe un esito ragionevole, forse anche probabile. Ma ottenerlo richiede negoziato, non proclami.
La distanza tra il tono della risposta italiana e gli strumenti realmente disponibili per gestire la questione dice qualcosa sulle abitudini comunicative di questo governo, e forse di qualunque governo, quando si trova davanti a una vicenda che ha già un forte carico emotivo pubblico. L’indignazione fa audience, fa titoli, fa consenso a breve termine. La trattativa amministrativa è silenziosa, lenta, non fotografabile. Ma è quella che produce risultati.
Il conto che arriva sempre agli stessi
Rimane aperta, però, una domanda che nessuna delle due posizioni in campo, né quella italiana né quella svizzera, ha affrontato davvero. E riguarda la distribuzione finale dei costi di una tragedia che è nata, è bene ricordarlo, da una serie di irresponsabilità che si sono sommate: un locale che non era quello che doveva essere, materiali inadeguati, probabilmente controlli che non sono stati fatti o non sono stati fatti bene, e un gesto che ha innescato tutto quanto. Se le indagini accerteranno responsabilità penali, e gli elementi raccolti suggeriscono che ci siano basi concrete per farlo, allora i costi della tragedia potranno essere almeno in parte recuperati da chi li ha causati. È la logica della parte civile, è la logica del risarcimento, è la logica che sostiene l’intero impianto del diritto civile moderno.
Ma c’è una zona grigia, quella in cui i colpevoli non hanno abbastanza per pagare, o in cui i meccanismi di recupero sono lenti e incerti, o in cui parte dei costi resta inevitabilmente a carico della collettività. Ed è quella zona grigia che nessuno ha il coraggio di illuminare davvero, perché illuminarla significherebbe aprire un discorso scomodo su chi assorbe i costi delle irresponsabilità altrui, su come funziona questa socializzazione silenziosa delle conseguenze delle scelte individuali, su quanto sia equo che il sistema pubblico copra ciò che il sistema dei controlli non ha saputo prevenire.
Crans-Montana non è solo una storia di fuoco, di candele accese nel posto sbagliato, di una fuga immortalata da quattordici telecamere. È anche una storia di come funziona, o non funziona, il sistema che dovrebbe impedire che certe cose accadano, e di chi finisce per pagare quando quel sistema fallisce. La fattura svizzera è scomoda non perché sia illegittima, ma perché ricorda che c’è sempre un conto, e che il conto, alla fine, tende ad arrivare agli stessi: a chi non era lì, non ha deciso niente, non ha acceso niente, e paga lo stesso.
Fonte foto: Open online



