Assassinata dagli operai, ovvero come non si perde

Assassinata dagli operai, ovvero come non si perde

Le elezioni comunali di Venezia del 2026 si sono chiuse con un risultato che ha sorpreso molti, ma forse non avrebbe dovuto sorprendere nessuno. Simone Venturini, candidato del centrodestra, ha conquistato il Comune al primo turno con oltre il 51% dei voti, lasciando Andrea Martella, candidato del centrosinistra, fermo attorno al 39%. Una vittoria netta, rapida, inequivocabile. Il tipo di risultato che, quando arriva, costringe a fare i conti con qualcosa di più profondo di una semplice elezione amministrativa.

Ma la cosa più interessante non è stata la vittoria in sé. La cosa più interessante è quello che è successo subito dopo, nel momento in cui una parte del mondo progressista veneziano, e non solo veneziano, ha deciso come reagire alla sconfitta. E la risposta, purtroppo, è stata esattamente quella sbagliata.

Il contesto: chi ha vinto e perché conta

Venturini non è un nome caduto dal cielo. È il candidato che raccoglie l’eredità di undici anni di amministrazione Luigi Brugnaro, il sindaco imprenditore che ha dominato la scena veneziana con un profilo civico-centrodestra, puntando su sviluppo economico, attrattività degli investimenti e gestione pragmatica della città. Martella, dal canto suo, era il candidato di un centrosinistra che si era convinto, o forse aveva tentato di convincere sé stesso, che dopo oltre un decennio di Brugnaro la città fosse matura per il cambiamento.

Non era così. O meglio, era così in alcuni pezzi di Venezia. Nel centro storico, nella città più simbolica, più universitaria, più turistica e culturalmente orientata, Martella ha tenuto e in alcuni casi ha prevalso. Ma nel resto della città, terraferma, Mestre, Marghera, le zone produttive, quelle dove si lavora, si prendono i mezzi, si fanno i conti a fine mese, Venturini ha dominato. E il 51% al primo turno è la sintesi matematica di questa frattura geografica e sociale.

A sigillare la vittoria, poche ore dopo i risultati, sono arrivate le congratulazioni di Confindustria, della Port Community, dell’Autorità Portuale. Non è un dettaglio decorativo. È la mappa di chi si aspettava quella vittoria e su cosa puntava: porto, logistica, investimenti, sviluppo, economia reale. Componenti che in una città complessa come Venezia contano quanto le gondole, forse di più.

La frase che ha incendiato tutto

Fin qui, cronaca. Poi è arrivato Pierpaolo Capovilla.

Capovilla è un musicista, un artista, una figura storicamente radicata in quel mondo culturale veneziano che gravita attorno a una certa sinistra radicale. Una persona, per capirci, che non è un politico di professione né un commentatore televisivo, ma un intellettuale pubblico con una storia e una posizione riconoscibili. Subito dopo il risultato ha scritto un post che è diventato immediatamente virale, in cui parlava di Venezia «assassinata dagli operai» e annunciava la propria intenzione di lasciare la città.

Ora. Capovilla è libero di dire quello che vuole, di essere arrabbiato quanto vuole, di lasciare Venezia se vuole. Queste sono questioni personali. Ma quella frase  «assassinata dagli operai»  merita di essere presa sul serio, non come sfogo emotivo da liquidare, ma come sintomo culturale da analizzare. Perché dice qualcosa di molto preciso sul punto in cui si trova una certa sinistra italiana.

Dire che Venezia è stata «assassinata dagli operai» significa, nella sostanza, dare la colpa della sconfitta agli elettori. Agli operai, in particolare. A quelli che storicamente erano il soggetto sociale per eccellenza della sinistra, il corpo elettorale da rappresentare, difendere, comprendere. Quelle stesse persone che oggi, quando votano nel «modo sbagliato», diventano i carnefici della città.

Il cortocircuito: quando si dà la colpa agli elettori

Capovilla non è solo. È il rappresentante più visibile, in questo caso veneziano, di una reazione che è diventata sistematica in una parte del mondo progressista ogni volta che le elezioni vanno male. Si perdono le elezioni, e invece di interrogarsi sulle ragioni politiche, sociali, comunicative della sconfitta, si cerca un colpevole. E il colpevole, quasi sempre, sono gli elettori. Sono manipolati. Sono ignoranti. Sono vittime degli algoritmi. Sono in malafede. Sono anziani che non capiscono. O peggio: sono operai che hanno tradito la loro stessa classe.

È un meccanismo psicologicamente comprensibile, ma politicamente devastante. Perché implica che il problema non siano le politiche, le scelte, il linguaggio, la distanza percepita. Il problema sono gli altri. E quando il problema sono sempre gli altri, non c’è nulla da cambiare in sé stessi.

La domanda che una forza politica sconfitta dovrebbe porsi non è «come hanno potuto votare così?». La domanda è «perché non votano più noi?». Sono due domande molto diverse. La prima presuppone che il proprio progetto politico sia corretto per definizione e che il problema sia nel destinatario. La seconda presuppone che ci sia qualcosa da capire, da correggere, da ascoltare. La prima è la domanda di chi non vuole rispondersi. La seconda è la domanda di chi ha intenzione di fare politica.

Quando l’operaio vota a destra: il problema è dell’operaio?

Il fenomeno degli operai e delle classi lavoratrici che votano a destra non è veneziano, non è italiano, non è di quest’anno. È una trasformazione strutturale che attraversa l’Europa e il mondo occidentale almeno dall’inizio degli anni Duemila, con accelerazioni significative nell’ultimo decennio. In Francia i lavoratori votano Le Pen. In Gran Bretagna hanno votato Brexit. Negli Stati Uniti votano Trump. In Italia votano Meloni e Salvini.

Ogni volta che questo accade, una parte della sinistra reagisce con sgomento e accusa. Come se ci fosse qualcosa di patologico, di irrazionale, di incomprensibile nel fatto che un lavoratore di Marghera voti Venturini invece di Martella. Come se quell’operaio non avesse ragioni, percezioni, interessi, esperienze che lo hanno portato a quella scelta.

Ma se il voto degli operai a destra è diventato un fenomeno così diffuso, duraturo e geograficamente trasversale, forse il problema non sono gli operai. Forse il problema è una sinistra che nel corso degli anni ha progressivamente smesso di parlare agli operai il linguaggio che riconoscono, smesso di occuparsi dei problemi che li riguardano, smesso di sembrare dalla loro parte in modo credibile e concreto.

E quando dici questo, in certi ambienti, ti rispondono che è una semplificazione. Che la realtà è più complessa. Che ci sono le riforme, i diritti conquistati, le battaglie storiche. Vero. Ma la politica non si misura solo sulle battaglie del passato. Si misura anche sulla capacità di essere presenti, riconoscibili e credibili nel presente. E lì, evidentemente, qualcosa si è rotto.

La sinistra che ha scelto la cultura e perso il lavoro

C’è una trasformazione profonda avvenuta nella sinistra italiana ed europea negli ultimi vent’anni, che non è ancora stata elaborata onestamente. La sinistra ha progressivamente abbandonato il conflitto sociale come terreno principale per abbracciare un progressismo culturale, identitario, universitario e urbano che ha conquistato molta visibilità ma ha perso molto consenso popolare.

Non si tratta di dire che le battaglie culturali siano sbagliate o inutili. Si tratta di riconoscere che quando diventano il centro esclusivo del discorso politico, mentre il costo della vita sale, i salari ristagnano, il lavoro precario si moltiplica e i servizi si deteriorano, una parte dell’elettorato popolare smette di riconoscersi in quella forza politica. Non perché sia diventata fascista o reazionaria. Perché si sente semplicemente ignorata.

A Venezia questo si è visto con nitidezza. Il centro storico, cosmopolita, universitario, artistico, ha tenuto per il centrosinistra. La terraferma, produttiva, impiegatizia, operaia, ha scelto il centrodestra. Non è una coincidenza geografica. È la fotografia di due mondi che hanno smesso di parlare la stessa lingua politica.

E il centrodestra, in questo vuoto, ha occupato uno spazio emotivo e narrativo che la sinistra aveva lasciato incustodito. Ha parlato di sicurezza, di identità locale, di lavoro in senso concreto e pragmatico, di appartenenza, di protezione. Che poi riesca davvero a garantire tutto questo è un’altra questione, e torneremo tra cinque anni a verificarlo. Ma nell’immediato del voto, molti elettori hanno avuto la sensazione di essere ascoltati da quella parte, e non dall’altra.

L’arroganza che allontana chi non si sente rappresentato

C’è un ulteriore elemento che merita di essere nominato chiaramente, perché è forse il più difficile da ammettere. Quella parte di sinistra che colpevolizza gli elettori quando perde non si limita a sbagliarsi tatticamente. Esprime una forma di superiorità morale e culturale che è diventata tossica.

È quella dinamica implicita per cui chi vota a sinistra è consapevole, evoluto, informato, mentre chi vota a destra è manipolato, arretrato, incapace di comprendere i propri interessi. È un’antropologia politica che divide i cittadini in categorie di valore morale a seconda della scheda che depositano nell’urna. Ed è esattamente questo atteggiamento, non detto ma percepito, non scritto ma trasmesso, che produce nell’elettorato popolare un senso di disprezzato fastidio che si riversa poi nel voto.

Il post di Capovilla è stato percepito così da moltissime persone. Non come uno sfogo comprensibile di un artista deluso, ma come l’ennesima conferma pubblica di quella superiorità: noi sappiamo come si dovrebbe votare, e voi operai avete sbagliato. Il fatto che Capovilla non avesse probabilmente intenzione di dire esattamente quello non cambia la ricezione. La politica vive anche di simboli, e quel simbolo era sbagliato.

In democrazia il voto è valido sempre. Non solo quando vince chi ci piace. E un elettore che vota a destra non è un cittadino di serie B che ha commesso un errore: è un cittadino che ha espresso una preferenza che va compresa, non condannata. Questa distinzione, apparentemente ovvia, sembra essere diventata indigeribile per una parte del mondo progressista.

Il tempo del mea culpa che non arriva mai

Il centrosinistra veneziano ha perso. E la reazionem non di tutti, ma di una parte significativa e rumorosa, è stata quella di cercare colpevoli fuori. Questo non è nuovo. È uno schema che si ripete con una costanza quasi scientifica: si perde, si accusano i media, i social, gli algoritmi, la propaganda, i populismi, la gente che non capisce. E poi si ricomincia daccapo, con la stessa offerta politica, lo stesso linguaggio, lo stesso approccio, aspettando che il prossimo voto vada diversamente.

La cosa che non si fa mai, o si fa raramente e senza conseguenze pratiche, è quella più semplice e più necessaria: sedersi, fare silenzio, e chiedersi cosa è andato storto nella proposta, nel messaggio, nel rapporto con la società reale. Non come esercizio retorico da fare davanti alle telecamere nelle settimane dopo la sconfitta, ma come lavoro politico autentico che poi si traduce in scelte concrete di programma, linguaggio, alleanze, rappresentanza.

Perché la sinistra italiana, e non solo veneziana, ha un problema di rappresentanza reale che non si risolve cambiando il candidato o il simbolo del partito. Si risolve ricostruendo un rapporto fiduciario con pezzi di società che si sono allontanati, e che nel corso degli anni hanno smesso di credere che quella forza politica stesse davvero parlando di loro.

Adesso governino. Tra cinque anni si vedrà

Detto tutto questo, è il momento di essere precisi anche sull’altro lato. Venturini ha vinto. Ha vinto con una percentuale importante, al primo turno, con un mandato chiaro. Adesso governi. Non c’è altro da aggiungere su questo versante, per ora.

Tra cinque anni Venezia verrà misurata su quello che conta davvero: quanti residenti sono rimasti o se ne sono andati, com’è andata la gestione del turismo di massa, se il porto ha creato lavoro o solo dividendi, se le periferie sono migliorate o dimenticate, se le famiglie possono ancora permettersi di abitarci, se i giovani trovano un futuro in città o emigrano. Su questi numeri si misurerà se la fiducia accordata dal 51% degli elettori era ben riposta.

La vittoria elettorale non è mai una garanzia di buon governo. È solo un’autorizzazione a provarci. E i veneti di Confindustria e delle autorità portuali che festeggiano oggi saranno anche i primi a chiedere conto se le promesse non si concretizzano. La politica funziona così, per fortuna.

Nel frattempo, però, chi ha perso dovrebbe smettere di sprecare tempo a colpevolizzare gli operai e cominciare a fare la cosa più difficile e più necessaria: ascoltarli.

La domanda che nessuno vuole fare

Resta aperta, alla fine, la domanda più scomoda. Quella che nessuno nella sinistra italiana sembra volersi porre davvero, perché la risposta richiederebbe un cambiamento radicale di sé stessi, non degli altri.

Quando un operaio di Marghera che per trent’anni ha votato a sinistra, e magari suo padre prima di lui, arriva a un certo punto a scegliere il centrodestra, la spiegazione più semplice e più comoda è che sia stato ingannato, incapace di comprendere i propri interessi. Ma la spiegazione più difficile, e probabilmente più onesta, è che in quel percorso trentennale ci sia stato un momento in cui ha smesso di sentirsi rappresentato, e da lì in poi ha cercato altrove.

E la domanda vera, allora, non è «perché vota a destra?». La domanda è: «in quale momento esatto abbiamo smesso di essere la sua casa?». Quella domanda richiede coraggio. Richiede onestà intellettuale. Richiede la disponibilità a sentirsi rispondere cose scomode, a fare autocritica reale, a mettere in discussione non l’avversario ma sé stessi.

Finché quella domanda non viene fatta sul serio, e non come esercizio retorico, il risultato di Venezia è destinato a ripetersi. Con buona pace di chi continuerà a dare la colpa agli operai.

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