Angelina Mango, le cattiverie più feroci arrivano proprio dalle donne

Angelina Mango, le cattiverie più feroci arrivano proprio dalle donne

“Ma guarda come si veste, come si muove, chi crede di essere?”
Frasi del genere, implacabili e sferzanti, rimbalzano nei commenti sotto un video di un concerto o di un’esibizione televisiva. Proprio come accade, a quanto pare, sotto uno degli ultimi video di Angelina Mango: i commenti più duri, a sorpresa (ma neanche troppo), arrivano dalle donne. Un coro dissonante fatto di frecciatine, derisioni sul look, giudizi perentori sulla qualità vocale, insinuazioni sul suo essere “raccomandata” o “montata”, e via discorrendo.

Eppure, se accendiamo la luce su questo tema, si scoperchia un vaso di Pandora che molti preferiscono non toccare, perché parlare del fatto che le donne, talvolta, riversino valanghe di critiche e cattiverie proprio contro altre donne sembra essere un argomento scomodo. La tendenza attuale, specie nei contesti più marcatamente progressisti o femministi, è puntare il dito altrove: sul patriarcato, sugli uomini che “opprimono” le donne. E, sebbene questo quadro non sia certo privo di verità, si rischia di dimenticare che la cultura maschilista può radicarsi anche tra le donne stesse, generando fenomeni di competizione al ribasso e insulti che feriscono tanto quanto gli attacchi provenienti dal “nemico” più scontato.

L’eco dei commenti e la natura dello scontro

Dalle pochissime frasi che si possono cogliere guardando (o riascoltando) i passaggi più salienti del video di Angelina Mango emerge che c’è chi l’accusa di essere priva di talento, chi la etichetta come “raccomandata” per il suo cognome, e chi, più banalmente, ne contesta il look, la dizione o l’atteggiamento. Questi interventi in sé non sono nuovi: l’odio social è uno spettacolo quotidiano. Ma ciò che colpisce è lo spessore (o meglio, la totale assenza di spessore) di certi commenti, che sfociano in insulti gratuiti, a volte mirati non tanto alla performance artistica, ma alla persona, ai suoi presunti difetti fisici o caratteriali.

Paradossalmente, in un Paese in cui si fa un gran parlare di “supporto tra donne” e di lotta ai pregiudizi di genere, non ci si aspetterebbe di trovare una componente così feroce proprio fra coloro che, almeno in teoria, dovrebbero essere più vicine per sensibilità ed empatia. È un fenomeno che si verifica in modo diffuso, ben oltre l’episodio di questo video.

L’ombra della “misoginia interiorizzata”

Alcuni studiosi e studiose parlano di misoginia interiorizzata, ovvero quel fenomeno per cui le donne, crescendo in un ambiente sociale permeato da stereotipi sessisti, finiscono per fare proprie certe convinzioni negative: “Le donne sono invidiose”; “Le donne sono tutte false”; “Se ha successo, vuol dire che qualcosa sotto c’è”. Quando tali narrazioni vengono assorbite a livello profondo, possono riemergere sotto forma di critiche verso chi, tra le proprie simili, sfugge – o sembra sfuggire – ai modelli consueti.

Nel caso di una giovane artista come Angelina Mango, già etichettata come “privilegiata” a causa del background familiare, è facile che quel mix di insicurezze, pregiudizi e un pizzico di frustrazione personale trovi sfogo sotto forma di commenti velenosi. Il discorso, però, non ruota solo attorno a lei: si tratta di una dinamica ricorrente, visibile in qualunque sezione commenti di YouTube o dei social, in cui una donna si espone e ottiene attenzione o successo.

Il tabù di parlare male di donne che parlano male

Il nodo cruciale è che questa cattiveria “in rosa” rappresenta un tabù nei movimenti femministi più radicali. L’attenzione è rivolta (come è giusto che sia, in parte) alle questioni macroscopiche di violenza e discriminazione perpetrate dal genere maschile. Mettere in luce che, a volte, sono le stesse donne a perpetuare una mentalità giudicante, denigratoria e invidiosa verso altre donne, suona quasi come “tradire la causa”. Eppure, se la società patriarcale è un sistema di idee, queste idee non smettono di circolare quando a manifestarle è una donna anziché un uomo.

Anzi, sarebbe persino più urgente analizzare perché tra donne possa esistere un senso di competizione così forte: l’idea di “non c’è posto per tutte, e se lo ottieni tu, lo togli a me” nasce proprio da dinamiche gerarchiche e da stereotipi che vedono la donna come perenne subalterna, costretta a rincorrere spazi di visibilità spesso limitati.

Qualche spunto di riflessione

  • La ricerca di approvazione e potere: in un contesto social, colpire una “rivale” può dare la fugace illusione di potere e visibilità. Più lo sfottò è pungente, maggiori “like” e condivisioni si possono raccogliere.

  • La “proiezione” di insicurezze: se mi sento insoddisfatta e frustata, può risultare “liberatorio” proiettare queste emozioni su chi è sotto i riflettori. L’altro (in questo caso l’artista di turno) diventa un bersaglio ideale, quasi un punching-ball emotivo.

  • Il paradosso dell’amicizia femminile: nella narrazione idealizzata, le donne dovrebbero sempre sostenersi a vicenda. Quando ciò non avviene, crea un cortocircuito con l’immagine rassicurante di “unione femminile”. Sotto questo aspetto, emergono più facilmente sospetti e sensazioni di tradimento.

Come (forse) arginare la negatività

Togliere il velo su questo aspetto non significa negare che, a livello sistemico, siano ancora in essere dinamiche patriarcali. Piuttosto, vuol dire ammettere che tali dinamiche si manifestano anche all’interno del mondo femminile. Una maggiore consapevolezza di sé, delle proprie insicurezze e degli stereotipi che si sono assorbiti fin da piccole potrebbe aiutare a interrompere il circolo vizioso.

  • Educarsi all’empatia: riconoscere che un commento al vetriolo danneggia non solo chi lo riceve, ma la credibilità e la coesione dell’intera comunità femminile.

  • Scardinare la logica della competizione: lo spazio non è una “torta” finita di cui rubare fette, e il successo di un’altra donna non toglie nulla alla nostra dignità o possibilità di affermarci.

  • Parlare apertamente: la narrativa dominante vuole che si critichi “il patriarcato” e basta, ma occorre anche parlare degli effetti che questa mentalità ha sulle donne stesse, tra loro. Ammettere i limiti, i sabotaggi interni e i condizionamenti inconsci è un passo verso un femminismo più maturo.

La storia dei commenti sotto il video di Angelina Mango

La storia dei commenti sotto il video di Angelina Mango è l’ennesima riprova di una realtà a cui assistiamo ogni giorno: il disprezzo al femminile esiste e fa male. Non va nascosto sotto il tappeto per timore di incrinare i discorsi sull’emancipazione, né va banalizzato come “semplice invidia”. È una questione complessa che chiede nuove lenti interpretative e, soprattutto, il coraggio di guardare in faccia la verità: a volte, dietro lo schermo, la mano che scaglia la pietra contro un’altra donna… è proprio quella di una donna. E finché non si impara a riconoscerla e a disinnescarla, la solidarietà femminile resterà un bel proposito, ma in parte incompiuto.

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