Ghali denuncia di essere stato censurato alle Olimpiadi di Milano-Cortina. Il governo si vanta di averlo imbavagliato. La Rai lo fa sparire dalle inquadrature. Il pubblico si divide in tifoserie contrapposte. E tutti, proprio tutti, fanno esattamente quello che gli conviene fare in questo momento: recitare la propria parte in un teatro dove la questione non è più la pace in Medio Oriente, ma chi riesce a piazzare meglio il proprio personaggio nella narrazione pubblica.
Perché questa è la verità che nessuno vuole ammettere: la vicenda Ghali non riguarda la libertà di espressione, non riguarda la causa palestinese, non riguarda nemmeno davvero la censura. Riguarda il fatto che in Italia abbiamo raggiunto un livello di sofisticazione performativa tale per cui anche la denuncia della censura è diventata parte integrante dello spettacolo che si pretende di contestare. E questo dovrebbe preoccuparci molto più di qualsiasi strofa in arabo cancellata o di qualsiasi primo piano negato, perché significa che abbiamo perso completamente la capacità di distinguere tra gesto autentico e mossa strategica, tra posizione etica e posizionamento mediatico.
La censura che si annuncia è ancora censura?
Cominciamo dal principio, che è anche il punto più paradossale di tutta questa storia. Ghali scrive una lettera il giorno prima della cerimonia olimpica in cui denuncia di essere stato censurato, limitato, imbavagliato. Racconta di non aver potuto cantare l’inno nazionale, di aver dovuto rinunciare alla strofa in arabo della poesia di Rodari, di essere stato costretto a una performance monca rispetto a quella concordata. E lo fa pubblicamente, con grande enfasi retorica, in tre lingue, su Instagram, dove ha milioni di follower. Ora, la domanda è semplice e brutale: se davvero sei stato censurato, se davvero ti hanno tolto la voce, se davvero sei vittima di un sistema che ti vuole zitto, perché diavolo sei ancora lì a esibirti? Perché non hai fatto quello che qualsiasi persona con un minimo di coerenza avrebbe fatto, cioè prendere le tue cose e andartene?
La risposta che Ghali darebbe, probabilmente, è che restare era comunque importante, che la sua presenza era un messaggio, che anche così limitato poteva fare la differenza. Ed è una risposta che suona nobile, che ha una sua logica, che fa presa su chi lo sostiene. Ma è anche una risposta che nasconde una verità più scomoda: ritirarti ti avrebbe reso invisibile, mentre denunciare la censura rimanendo sul palco ti ha garantito una visibilità che nessuna performance integrale ti avrebbe mai dato. Perché il paradosso della censura nell’epoca dei social media è proprio questo: denunciarla pubblicamente è infinitamente più redditizio, in termini di attenzione e capitale simbolico, che subirla in silenzio o rifiutarla ritirandosi.
E qui non si tratta di mettere in discussione la sincerità di Ghali o le sue intenzioni. Si tratta di riconoscere che esiste una struttura comunicativa che premia chi sa trasformare il proprio limite in narrazione, chi sa fare della propria marginalizzazione un punto di forza retorico. Ghali ha giocato questa partita in maniera impeccabile: ha denunciato la censura ottenendo più spazio di quanto ne avrebbe avuto senza censura, ha trasformato una performance secondaria in un caso nazionale, ha fatto sì che il giorno dopo tutti parlassero di lui e non di Laura Pausini che cantava l’inno. Dal punto di vista della strategia comunicativa è stato un capolavoro. Dal punto di vista della coerenza etica è stato un disastro. Perché se accetti di essere censurato pur di restare sul palco, non stai combattendo la censura: stai negoziando i termini della tua partecipazione al sistema che quella censura l’ha imposta.
Il governo che censura vantandosene
Dall’altra parte del ring c’è il ministro Abodi che, con una disinvoltura che rasenta l’autolesionismo comunicativo, dichiara pubblicamente che Ghali non potrà esprimere liberamente il suo pensiero sul palco olimpico. “Un Paese deve saper reggere all’urto di un artista che ha espresso un pensiero che non condividiamo, che non sarà espresso su quel palco” dice il ministro, riuscendo nella non piccola impresa di ammettere la censura presentandola come un atto di maturità istituzionale. Come se la vera forza di un Paese democratico consistesse non nel permettere il dissenso, ma nel saperlo tollerare limitandolo elegantemente.
Anche qui, il paradosso è lampante: in uno Stato che censura davvero, chi censura non va a dichiararlo in conferenza stampa. La censura funziona quando è invisibile, quando chi la subisce non ha voce per denunciarla, quando il silenzio si produce senza clamore. Ma in Italia, nel 2026, la censura è diventata talmente integrata nel discorso pubblico che può essere rivendicata apertamente senza che questo produca alcuno scandalo reale. Anzi, per una parte consistente dell’opinione pubblica, quella dichiarazione di Abodi è stata musica per le orecchie: finalmente un governo che non si fa intimidire dai radical chic, finalmente qualcuno che mette al suo posto questi artisti che si credono di poter dire quello che vogliono.
E qui si apre un abisso inquietante, perché significa che abbiamo raggiunto un punto in cui la censura non solo non viene più nascosta, ma viene rivendicata come legittima espressione di sovranità politica. Il governo ti invita a un evento istituzionale, ti limita l’espressione, e poi dichiara pubblicamente di averlo fatto perché il tuo pensiero non è compatibile con la cerimonia. E questa operazione, che in qualsiasi democrazia funzionante sarebbe considerata uno scandalo, qui viene presentata come un atto di responsabilità. Come se la libertà di espressione fosse un privilegio che lo Stato concede a chi si comporta bene, non un diritto che lo Stato deve garantire soprattutto a chi dice cose scomode.
Ma c’è un’altra contraddizione, ancora più profonda: se Ghali è così pericoloso, se il suo pensiero è così incompatibile con lo spirito olimpico, perché invitarlo? Perché non scegliere un altro artista, uno che non avesse bisogno di essere censurato? La risposta, ovviamente, è che Ghali serviva proprio perché controverso. Serviva perché giovane, perché di seconda generazione, perché rappresentativo di una Italia multiculturale che fa bene mostrare in vetrina internazionale. Ma serviva anche addomesticato, ripulito, reso innocuo. Serviva il simbolo dell’integrazione, non la voce del dissenso. Serviva Ghali come icona, non Ghali come persona che ha un pensiero politico.
La Rai che censura senza censurare
E poi c’è la Rai, che in questa vicenda ha giocato il ruolo più ambiguo e forse più rivelatore. Durante la cerimonia, Ghali è stato sistematicamente tenuto fuori fuoco: nessun primo piano, nessuna menzione da parte dei telecronisti, inquadrature sempre larghe o dall’alto, come se fosse un elemento scenografico più che il protagonista della sua stessa performance. La sua voce c’era, recitava la poesia di Rodari, ma il suo volto no, il suo corpo no, la sua presenza fisica era stata cancellata dalla regia.
Tecnicamente, nessuna censura. Ghali ha fatto la sua performance, ha detto le parole concordate, è stato in onda. Ma chiunque abbia un minimo di dimestichezza con il linguaggio televisivo sa che le inquadrature non sono neutre, che mostrare o non mostrare un volto è già una scelta editoriale fortissima, che la direzione della regia costruisce significato tanto quanto le parole pronunciate. E la scelta della Rai è stata chiara: far sparire Ghali pur lasciandolo presente, renderlo una voce fuori campo nella sua stessa esibizione, cancellarne la fisicità mentre ne trasmetteva il messaggio.
È una forma di censura sottile, raffinata, che non può essere denunciata con la stessa forza di una censura esplicita perché tecnicamente non è avvenuta nessuna censura. Ghali c’era, era in onda, ha fatto quello che doveva fare. Se poi la regia ha scelto di non inquadrarlo, be’, sono scelte registiche, questioni tecniche, niente di politico. Tranne che, ovviamente, tutto è politico quando si tratta di decidere chi mostrare e chi no, chi nominare e chi ignorare, chi rendere protagonista e chi ridurre a comparsa.
E anche qui, la Rai gioca su più tavoli contemporaneamente. Da una parte può dire di non aver censurato nessuno, perché Ghali è andato in onda. Dall’altra manda un messaggio chiarissimo a chi sa decodificarlo: questo artista è problematico, va tenuto a distanza, va marginalizzato anche quando è formalmente presente. È il perfetto esempio di come il servizio pubblico in Italia funzioni sempre meno come garante del pluralismo e sempre più come estensione dell’indirizzo politico del governo, ma con quel tanto di ambiguità formale che permette di negare l’evidenza.
Il pubblico diviso e la ricerca del nemico
E poi c’è il pubblico, che si è diviso esattamente come ci si aspettava che si dividesse. Da una parte i sostenitori di Ghali che denunciano la censura, parlano di TeleMeloni, accusano il governo di fascismo. Dall’altra i critici di Ghali che lo accusano di vittimismo, di strumentalizzazione, di voler sempre stare al centro dell’attenzione con le sue battaglie. Nessuna posizione intermedia, nessun tentativo di vedere le contraddizioni da entrambe le parti, solo un’infinita ripetizione degli stessi argomenti già sentiti mille volte, già pronti, già confezionati per essere sparati sui social al momento giusto.
Quello che colpisce di questa polarizzazione non è tanto l’esistenza di opinioni diverse, sarebbe strano se su una vicenda del genere ci fosse unanimità, ma l’assoluta prevedibilità delle posizioni. Chi difende Ghali usa sempre gli stessi argomenti, chi lo attacca risponde sempre allo stesso modo, e nel mezzo non succede niente, non c’è nessuno spostamento, nessuna evoluzione del dibattito, solo un eterno ritorno dell’identico dove ciascuno conferma la propria posizione iniziale e si convince sempre di più di avere ragione.
E questo è forse il dato più deprimente di tutta la vicenda: che la questione della pace in Medio Oriente, che dovrebbe essere il punto centrale visto che è questo il “pensiero scomodo” di Ghali, è completamente sparita dal dibattito. Nessuno parla più di Gaza, di genocidio, di quello che sta succedendo realmente là. Si parla di Ghali, di censura, di Rai, di governo, di vittimismo, di coerenza. La forma ha completamente inghiottito il contenuto, il meta-dibattito ha sostituito il dibattito, e alla fine quello che doveva essere un messaggio di pace è diventato l’ennesima occasione per farsi la guerra addosso tra opposti schieramenti che non comunicano più.
La pace come performance e la performance come fine
Perché alla fine, questa è la domanda che nessuno fa ma che è la più importante: tutto questo teatro, tutta questa polemica, tutta questa attenzione mediatica, ha aiutato in qualche modo la causa della pace? Ha cambiato la posizione di qualcuno sulla questione palestinese? Ha prodotto qualcosa di concreto oltre al rumore?
La risposta, evidentemente, è no. Ghali ha potuto confermare la sua immagine di artista controcorrente, il governo ha potuto mostrare ai suoi elettori di saper mettere in riga i contestatori, la Rai ha potuto fare il suo mestiere di megafono del potere, i sostenitori e i detrattori di Ghali hanno potuto confermare le proprie convinzioni. Tutti hanno vinto la loro piccola battaglia comunicativa. Nessuno ha fatto un solo passo verso la pace.
E questo dovrebbe dirci qualcosa di molto importante su come funziona il discorso pubblico nel 2026. Non stiamo più parlando di contenuti, stiamo parlando di posizionamenti. Non ci interessa più cosa viene detto, ma chi lo dice e come si colloca nel campo delle forze politiche e mediatiche. La pace è diventata uno slogan, la libertà di espressione un’arma retorica, la censura un’accusa che si lancia a prescindere dai fatti. E in questo gioco di specchi dove tutti recitano e nessuno crede davvero fino in fondo a quello che sta dicendo, la possibilità di un discorso autentico, di una presa di posizione che costi qualcosa, di un gesto che rompa davvero la logica dello spettacolo, si allontana sempre di più.
Quello che nessuno ha il coraggio di dire
Ghali avrebbe dovuto ritirarsi. Questo è quello che nessuno tra i suoi sostenitori vuole ammettere, ma è la verità. Se davvero ritieni di essere stato censurato, se davvero pensi che il tuo messaggio sia stato snaturato, se davvero credi che la tua presenza sia stata ridotta a mera decorazione multiculturale mentre il tuo pensiero veniva castrato, l’unica risposta coerente è andarsene. Non scrivere lettere su Instagram, non denunciare la censura e poi restare sul palco, non accettare le briciole di visibilità che il sistema ti concede sperando che basti la tua presenza fisica a fare la differenza.
Perché nel momento in cui accetti di esibirti alle condizioni che ti vengono imposte, non stai più combattendo la censura: stai diventando complice del meccanismo che la produce. Stai dicendo che, alla fine, un po’ di visibilità vale più della coerenza, che stare sul palco olimpico anche ridotto al silenzio è meglio che non starci affatto, che la tua carriera e la tua immagine pubblica contano più dei principi che dichiari di difendere.
E questo non significa che Ghali sia un ipocrita o che stia strumentalizzando la causa palestinese. Significa semplicemente che è umano, che ha fatto una scelta comprensibile ma non coraggiosa, che ha privilegiato la sua presenza nello spazio pubblico rispetto alla radicalità del gesto. Ma allora, per favore, basta con questa retorica del martire censurato. Basta con questa narrazione della voce che il potere vuole zittire. I veri censurati non vanno su Instagram a lamentarsi con milioni di follower. I veri censurati spariscono, e nessuno ne parla.
L’impossibilità del gesto autentico
Quello che questa vicenda ci mostra, in fondo, è l’impossibilità strutturale del gesto autentico nel sistema mediatico contemporaneo. Qualsiasi cosa tu faccia, qualsiasi posizione tu prenda, viene immediatamente riassorbita nella logica dello spettacolo, trasformata in contenuto, metabolizzata dal dibattito pubblico e resa innocua. Puoi denunciare la censura, ma quella denuncia diventa essa stessa spettacolo. Puoi ritirarti, ma quel ritiro viene letto come mossa strategica. Puoi stare zitto, ma quel silenzio viene interpretato, commentato, trasformato in significato.
Non c’è via d’uscita da questo meccanismo, perché il sistema si è fatto talmente sofisticato da poter integrare anche la critica più radicale trasformandola in merce simbolica. E questo vale per Ghali come per chiunque altro cerchi di dire qualcosa di vero in uno spazio pubblico completamente colonizzato dalla logica della visibilità. Il problema non è che Ghali abbia sbagliato strategia o che avrebbe dovuto fare diversamente. Il problema è che qualsiasi cosa avesse fatto sarebbe stata comunque riassorbita, commentata, trasformata in dibattito sterile dove ciascuno conferma le proprie posizioni senza che nulla cambi davvero.
E forse, alla fine, questa è la vera censura. Non quella che toglie le parole, ma quella che le rende inefficaci. Non quella che vieta di parlare, ma quella che fa sì che parlare non serva a niente. Non quella che zittisce, ma quella che trasforma tutto in rumore di fondo dove ogni voce vale quanto tutte le altre e nessuna conta davvero.
La pace in Medio Oriente non arriverà perché Ghali recita Rodari a San Siro, né perché il governo lo censura, né perché la Rai lo tiene fuori fuoco, né perché il pubblico si divide sui social. Arriverà, se arriverà, grazie a processi politici complessi, a trattative diplomatiche, a rapporti di forza internazionali che non hanno niente a che vedere con quello che succede in Italia. E continuare a fare finta che il nostro piccolo teatrino domestico conti qualcosa, che le nostre polemiche abbiano un peso, che le nostre prese di posizione facciano la differenza, è forse la forma più sottile e insidiosa di narcisismo collettivo.
Il teatro senza pubblico
Alla fine, la vicenda Ghali ci lascia con un’immagine perfetta del nostro tempo: un teatro dove tutti recitano, nessuno crede veramente alla propria parte, e il pubblico che dovrebbe assistere allo spettacolo è in realtà sul palco a recitare a sua volta. Non ci sono più spettatori, solo attori. Non c’è più verità, solo posizionamenti. Non c’è più autenticità, solo strategie comunicative più o meno efficaci.
E in questo teatro senza pubblico, dove la pace è diventata una parola vuota che ciascuno riempie del significato che gli conviene, dove la censura è un’accusa che si lancia a prescindere dai fatti, dove il dissenso è una merce che si vende sul mercato dell’attenzione, forse l’unica cosa davvero sovversiva sarebbe il silenzio. Non il silenzio imposto, quello delle vittime della censura. Ma il silenzio scelto, quello di chi decide di non partecipare allo spettacolo, di non recitare la propria parte, di non alimentare il rumore.
Ma questo silenzio, ovviamente, non lo vedremo mai. Perché nel teatro della politica contemporanea, chi tace è fuori gioco. E stare fuori gioco è l’unica cosa che nessuno, ma proprio nessuno, può permettersi.





