L’attivista femminista Valeria Fonte, dal suo profilo Instagram seguito da oltre 79 mila persone, ha scritto che il cibo italiano è uno strumento patriarcale, nazionalista e colonialista. Una frase studiata, calibrata, costruita per non passare inosservata, perché nel 2025 non esiste moneta più spendibile dell’indignazione, soprattutto se impacchettata in parole chiave che attivano immediatamente tribù, schieramenti e commenti a cascata.
Il punto, però, non è il diritto di criticare il governo, né quello di analizzare il rapporto tra politica e simboli culturali. Il punto è un altro, molto più scomodo: si può attaccare qualunque cosa in nome del patriarcato, anche quando il collegamento è forzato, fragile o addirittura inesistente, perché ciò che conta non è più la solidità dell’argomento ma la sua capacità di generare reazioni.
E qui il meccanismo è evidente.
Il patriarcato esiste, ma non è un passepartout
Nessuna persona dotata di onestà intellettuale nega l’esistenza del patriarcato, né il gender gap che attraversa il mondo del lavoro, della cultura, dell’arte, dello spettacolo e perfino della rappresentazione simbolica. È sotto gli occhi di tutti, documentato dai dati, raccontato ogni giorno da storie reali che meriterebbero attenzione, energia, battaglie serie e strutturate.
Proprio per questo, usare il patriarcato come grimaldello universale per spiegare qualsiasi fenomeno rischia di svuotarlo di senso, trasformandolo da problema reale a parola-totem, buona per ogni contesto e quindi inefficace in tutti.
Dire che la cucina italiana è patriarcale perché “madri e nonne hanno cucinato gratis” non è una denuncia, è una semplificazione che ignora secoli di storia sociale, economica e culturale, riducendo tutto a una lettura monocorde, utile più alla costruzione di una narrativa personale che alla comprensione della realtà.
Il focolare domestico non è un reato storico
La tesi secondo cui la cucina italiana sarebbe intrinsecamente patriarcale perché radicata nel focolare domestico confonde il dato storico con il giudizio morale retroattivo. Per secoli, in Italia come nel resto del mondo, la divisione dei ruoli è stata una conseguenza diretta di assetti economici, sociali e produttivi che nulla hanno a che fare con una cabina di regia ideologica chiamata “patriarcato”.
Le nonne e le madri che cucinavano non erano comparse inconsapevoli di un grande piano simbolico, ma persone che vivevano in un sistema dove il lavoro domestico era parte integrante della sopravvivenza familiare. Trasformare questa realtà in una prova ideologica di oppressione strutturale legata alla cucina significa fare violenza al contesto storico, oltre che alle stesse donne che si pretende di difendere.
La cucina italiana non nasce come manifesto politico, ma come risposta concreta a un territorio, a un clima, a una disponibilità di risorse, a una cultura contadina che ha fatto dell’ingegno una forma di resistenza.
Il nazionalismo spiegato male è solo caricatura
Altro passaggio chiave della narrazione è l’idea che il cibo italiano venga usato come strumento di orgoglio nazionalista dalla destra, citando visite ai pastifici, dichiarazioni sulle pastarelle o polemiche sul kebab. È vero che la politica utilizza simboli, ed è vero che il cibo è uno dei più potenti, ma ridurre tutto a propaganda nazionalista significa non capire come funzionano i simboli culturali.
Il cibo italiano non è diventato centrale perché lo ha deciso un governo, ma perché è uno degli asset identitari ed economici più forti del Paese, riconosciuto nel mondo ben prima dell’attuale panorama politico. Pensare che la sua valorizzazione sia una costruzione ideologica recente è semplicemente falso.
Il problema non è che la destra usi il cibo come simbolo, il problema è credere che senza quella narrazione il cibo smetterebbe di esistere o di avere valore. È un errore prospettico enorme.
Colonialismo, importazioni e cortocircuiti concettuali
Ancora più fragile è il passaggio sul colonialismo, secondo cui la cucina italiana “non esiste” perché fatta di importazioni, e quindi sarebbe espressione di un sistema coloniale occidentale. Qui si entra nel territorio del relativismo assoluto, dove tutto è talmente connesso da non significare più nulla.
Ogni cucina del mondo è il risultato di contaminazioni, scambi, migrazioni, rotte commerciali. Se questo basta per definirla coloniale, allora nessuna cultura gastronomica può esistere senza colpa. Il pomodoro arriva dalle Americhe, il riso dall’Asia, le spezie dal Medio Oriente: è la scoperta dell’acqua calda travestita da analisi radicale.
La vera differenza non sta nell’origine degli ingredienti, ma nella capacità di trasformarli in identità, tecnica, tradizione, filiera, valore economico. Ed è qui che la cucina italiana eccelle, piaccia o no.
L’UNESCO non distribuisce coccarde a caso
Liquidare il riconoscimento UNESCO come una “coccarda prevedibile” significa non capire, o fingere di non capire, cosa rappresenta quel riconoscimento. L’UNESCO non premia il gusto, né stabilisce classifiche ideologiche, ma tutela patrimoni immateriali che hanno un valore culturale, sociale e identitario condiviso.
La cucina italiana è patrimonio dell’umanità perché ha costruito un modello alimentare, produttivo e culturale che ha influenzato il mondo, non perché qualcuno ha deciso di celebrarla per ragioni politiche. Ridurre tutto a una messa in scena simbolica è un modo elegante per evitare di confrontarsi con i dati.
I numeri che non fanno comodo
Parliamo allora di numeri, quelli che raramente entrano in queste narrazioni perché sono scomodi. Il settore agroalimentare italiano vale oltre 600 miliardi di euro lungo l’intera filiera, rappresenta una delle principali voci dell’export nazionale e dà lavoro a milioni di persone, donne comprese, in ruoli che vanno ben oltre la cucina domestica.
Dalle aziende agricole alle industrie di trasformazione, dalla ristorazione all’alta gastronomia, dalla ricerca alla sostenibilità, il cibo italiano è economia reale, non un simbolo da Instagram. Attaccarlo come espressione di patriarcato significa ignorare deliberatamente il suo impatto sociale, occupazionale e culturale.
Il vero tema: visibilità, algoritmo e protagonismo
Ed eccoci al punto centrale, quello che spiega perché questo post funziona così bene. Non perché sia profondo, ma perché è algoritmicamente perfetto. È divisivo, provocatorio, polarizzante. Genera commenti indignati, difese accese, attacchi personali, offese. Tutto ciò che un social network ama.
I commenti negativi diventano carburante per post successivi, gli insulti diventano contenuto, le reazioni diventano numeri. È una strategia vecchia quanto Facebook e Instagram: non importa avere ragione, importa essere visibili.
In questo schema, la cucina italiana non è il bersaglio, è il mezzo. Un pretesto per costruire attenzione, hype, engagement.
Quando il contenuto sparisce e resta solo il rumore
Il risultato finale di operazioni comunicative di questo tipo è sempre lo stesso: il dibattito si svuota fino a diventare una caricatura di sé stesso. Non si parla più di patriarcato reale, quello che attraversa i contratti, le carriere, i compensi, la rappresentanza, il potere decisionale. Non si parla più di diritti, di accesso alle opportunità, di strutture economiche che producono disuguaglianza. Non si parla più di lavoro, di precarietà, di invisibilità sistemica.
Si parla di kebab contro pasta, di nonne contro ideologia, di simboli contro altri simboli, in una guerra semantica che non produce conoscenza ma solo schieramenti. Tutto diventa superficie, slogan, reazione immediata. Tutto è ridotto a clip, a frase virale, a commento indignato da rilanciare nel post successivo.
Ed è qui che il meccanismo si rompe definitivamente. Perché quando tutto viene definito patriarcato, nazionalismo e colonialismo, nulla lo è davvero. Le parole perdono peso, le analisi perdono profondità, le battaglie perdono credibilità. Il linguaggio che dovrebbe servire a spiegare il mondo finisce per essere usato solo per occupare spazio.
In questo scenario, il rumore vince sempre sul contenuto. E il rumore, per sua natura, non cambia nulla.
Una conclusione non conciliatoria
Attaccare un governo sulle scelte politiche è legittimo, anzi necessario. Criticare l’uso strumentale dei simboli culturali è sano, quando è fatto con rigore e onestà intellettuale. Ma costruire una filippica sul patriarcato partendo dalla cucina italiana non è coraggio intellettuale, è furbizia comunicativa, ed è una furbizia che funziona fin troppo bene in un ecosistema dove l’algoritmo premia il conflitto e non la complessità.
La cucina italiana non è un’ideologia, non è un manifesto, non è un’arma politica. È una delle espressioni culturali più forti, stratificate e riconosciute di questo Paese, nata da secoli di storia, lavoro, contaminazioni, fatica, ingegno e trasformazione. Ridurla a un simbolo tossico da demolire non è radicalità, è semplificazione opportunistica.
E se non si è in grado di riconoscere questa complessità, il problema non è la cucina, non è il patriarcato, non è l’UNESCO, non è nemmeno il governo.
Il problema è il bisogno costante di stare al centro della scena, anche a costo di svuotare le parole, banalizzare le battaglie e trasformare temi seri in carburante per l’ennesimo giro di engagement.
Perché alla fine, in questo gioco, vincono sempre i numeri.
Ma quasi mai le idee.
Quando tutto diventa patriarcato, niente lo è davvero



