Quando il simbolo divora il messaggio

Quando il simbolo divora il messaggio

C’è un problema enorme, ricorrente e sempre più evidente nel modo in cui oggi si tenta di “sensibilizzare” l’opinione pubblica su temi drammatici come la guerra, le crisi umanitarie, i civili sotto le bombe, i bambini senza futuro e gli anziani abbandonati alla violenza della storia. È il problema del simbolo che prende il sopravvento sul contenuto, lo schiaccia, lo semplifica e alla fine lo cancella del tutto.

L’episodio del presepe di Avellino, con Gesù Bambino rappresentato come una bambina, nasce, almeno sulla carta, da un intento che potremmo anche definire nobile: puntare i riflettori sulle vittime delle guerre contemporanee, su Gaza, sull’Ucraina, sul Sudan e su tutte quelle zone del mondo dove la parola “conflitto” è un eufemismo che nasconde massacri quotidiani. Il problema, però, è che l’intento dichiarato non coincide mai con l’effetto reale prodotto.

E l’effetto reale, come sempre, è sotto gli occhi di tutti: oggi i giornali, i talk show, i social e le chat non parlano delle guerre, non parlano dei territori martoriati, non parlano dei civili, dei bambini, delle donne e degli anziani che pagano il prezzo più alto. Parlano del prete. Parlano del gesto. Parlano dello scandalo. Parlano della provocazione.

Il simbolo ha divorato il messaggio.

Il cortocircuito della provocazione permanente

Viviamo in un’epoca in cui la provocazione è diventata una scorciatoia comunicativa. Non serve più spiegare, approfondire, contestualizzare, analizzare. Basta un gesto forte, possibilmente divisivo, meglio ancora se capace di offendere qualcuno, perché l’offesa genera reazione e la reazione genera visibilità.

Il problema è che questa logica, applicata a temi enormi come la guerra e la sofferenza umana, produce un cortocircuito devastante. Perché il dibattito non si sposta mai sul merito della questione, ma resta incagliato nella superficie del gesto. È esattamente quello che è successo in questo caso.

Basta leggere i commenti, non solo sui social ma anche sotto gli articoli dei principali quotidiani: quasi nessuno parla di Gaza, dell’Ucraina o del Sudan. Quasi nessuno si interroga sulle responsabilità geopolitiche, sulle complicità internazionali, sulle armi che partono dall’Occidente e tornano indietro sotto forma di cadaveri. La stragrande maggioranza discute del fatto che “un prete dovrebbe fare il prete”, che “la Chiesa non è questa”, che “si è passato il limite”, oppure, sul fronte opposto, che “finalmente qualcuno rompe gli schemi”.

Il risultato è paradossale: le vittime scompaiono, il territorio scompare, la guerra diventa uno sfondo lontano e indistinto. Rimane solo l’uomo, il gesto e il rumore che ne consegue.

Quando l’ego supera la causa

C’è una domanda scomoda, ma necessaria, che andrebbe posta ogni volta che si assiste a operazioni di questo tipo: a chi serve davvero questo gesto? Alla causa che si dice di voler sostenere o a chi lo compie?

Perché quando l’attenzione mediatica si concentra esclusivamente sull’autore della provocazione, quando il nome del prete diventa più noto dei nomi delle città bombardate, quando il dibattito si polarizza su di lui e non sulle vittime, allora qualcosa si è rotto. E non si è rotto per caso.

La verità, che piaccia o meno, è che la provocazione simbolica in ambito religioso, soprattutto nel periodo natalizio, è una miccia perfetta per accendere polemiche infinite. E chi la accende sa benissimo cosa sta facendo. Sa che attirerà attenzione, sa che verrà criticato, sa che verrà difeso, sa che finirà sui giornali. Sa, soprattutto, che il messaggio originale verrà inglobato dal personaggio.

A quel punto lo scopo iniziale, anche se nato con buone intenzioni, perde valore. Non perché il tema non sia importante, ma perché il mezzo scelto lo tradisce.

Il Natale come campo di battaglia culturale

Il tutto si inserisce in un contesto già iper-teso, quello del Natale, che da anni è diventato una sorta di campo di battaglia culturale permanente. Ogni dicembre leggiamo di presepi rimossi “per non offendere”, di canzoni natalizie storpiate negli asili, di recite scolastiche rivedute e corrette, di simboli limati, adattati, neutralizzati nel tentativo — spesso goffo — di non urtare sensibilità altrui.

Parallelamente, ogni anno si riaccende il dibattito sulla laicità dello Stato, come se fosse una scoperta recente e non un principio costituzionale consolidato. Il problema è che questo dibattito viene spesso affrontato in modo ideologico, non razionale, trasformando ogni simbolo in un’arma e ogni tradizione in un sospetto.

In questo clima, qualsiasi intervento che tocchi il Natale, il presepe e la figura di Gesù non può che diventare esplosivo. Pensare il contrario significa essere ingenui o, peggio, fingere di non conoscere le dinamiche mediatiche contemporanee.

Multiculturalismo o tradizione: la scelta mancata

A questo punto emerge una contraddizione che la società occidentale continua a rimandare, senza mai affrontarla davvero. Da una parte si parla di multiculturalismo, inclusione, convivenza tra culture diverse. Dall’altra si cerca di mantenere, almeno formalmente, le tradizioni storiche e religiose che hanno plasmato l’identità dei singoli Paesi.

Il problema è che non si può continuare a stare nel mezzo all’infinito. O si prende una posizione netta e coerente, oppure si continuerà a produrre mostri comunicativi come questo.

Se si vuole davvero sostenere una società multiculturale, allora bisogna avere il coraggio di dirlo chiaramente, spiegando cosa comporta, quali simboli restano, quali cambiano e perché. Se invece si ritiene che le tradizioni abbiano un valore identitario, culturale e storico che va preservato, allora vanno difese senza vergogna, senza bisogno di storpiarle o travestirle per sembrare più “accettabili”.

Storpiare le tradizioni non fa bene a nessuno. Non rafforza il dialogo interculturale e non tutela le identità. Produce solo confusione, risentimento e polarizzazione.

La laicità non è iconoclastia

C’è poi un errore concettuale che torna spesso in questi dibattiti: confondere la laicità dello Stato con l’eliminazione o la deformazione dei simboli religiosi. La laicità non è iconoclastia, non è cancellazione della storia, non è riscrittura forzata delle tradizioni per adattarle al clima politico del momento.

La laicità è garanzia di libertà, non imposizione di silenzio. È la possibilità per tutti di esprimere il proprio credo, non l’obbligo di svuotarlo di significato per renderlo neutro. Trasformare il presepe in un manifesto politico, qualunque sia il colore di quel manifesto, significa snaturarlo e usarlo come strumento, non come simbolo.

E quando un simbolo viene usato come strumento, smette di unire e inizia a dividere. Sempre.

Le guerre dimenticate e il rumore di fondo

Il punto più amaro di tutta questa vicenda resta uno: le guerre continuano, i civili continuano a morire, i bambini continuano a crescere sotto le bombe, e noi continuiamo a parlarne solo quando qualcuno riesce a trasformare il dolore in uno spettacolo mediatico.

Gaza, Ucraina, Sudan e decine di altri territori vivono tragedie quotidiane che non hanno bisogno di provocazioni simboliche per essere raccontate. Hanno bisogno di giornalismo serio, di informazione costante, di analisi, di responsabilità politica. Hanno bisogno di attenzione vera, non di polemiche di contorno.

E invece, ancora una volta, ricordiamo il gesto, non la causa. Ricordiamo il nome del prete, non quello delle città distrutte. Ricordiamo la bambina nel presepe, non i bambini sotto le macerie.

Quando il messaggio fallisce

Alla fine, il bilancio è impietoso. Se l’obiettivo era far parlare delle guerre, l’obiettivo è fallito. Se l’obiettivo era sensibilizzare, l’effetto è stato opposto. Se l’obiettivo era scuotere le coscienze, si è ottenuto solo rumore.

Questo non significa negare la legittimità dell’indignazione, né minimizzare l’orrore delle guerre in corso. Significa, al contrario, difendere quei temi da chi, magari senza volerlo, li trasforma in strumenti di auto-promozione o in carburante per l’ennesima guerra culturale interna.

Perché alla fine, quando il Natale passa, le polemiche si spengono e i riflettori si spostano altrove, le guerre restano. E restano sempre le stesse persone a pagarne il prezzo.

Tutto il resto, per quanto rumoroso, è solo contorno.

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