Pedaggi “green”, portafogli in rosso: la nuova tassa autostradale che punisce i meno abbienti in nome dell’ambiente

Pedaggi “green”, portafogli in rosso: la nuova tassa autostradale che punisce i meno abbienti in nome dell’ambiente

Il 19 maggio 2025, in un Consiglio dei ministri lampo ma denso di conseguenze, il Governo ha “licenziato” il nuovo decreto Infrastrutture. Presentato come una svolta “green” nei pedaggi, è in realtà un colpo durissimo alla mobilità privata – e quindi al portafoglio – di milioni di italiani che vivono già sul filo di un bilancio risicato.

Dal chilometro alla “pagella ambientale”

Scompare la vecchia tariffa forfettaria calcolata sui chilometri percorsi: al suo posto debutta un pedaggio dinamico che mischia quattro variabili – classe emissiva, tipo di alimentazione, fascia oraria d’ingresso e frequenza di percorrenza. In pratica non si paga più la strada percorsa, ma la “virtù” di chi guida: chi può permettersi un’elettrica di ultima generazione verserà pochi euro, chi resta con un diesel Euro 4 sarà stangato a ogni casello.

Il 25 % di rincaro per chi non può cambiare auto

Le stime preliminari parlano di sovrapprezzi fino al 25 % per i proprietari di diesel Euro 3 ed Euro 4. La penalità scatterà a prescindere dai chilometri e si sommerà a un ulteriore extra se si viaggia nelle ore di punta, quando il decreto vuole “disincentivare” la congestione. Chi deve entrare in autostrada alle 8.00 per timbrare il cartellino pagherà, paradossalmente, più di chi percorre la stessa tratta in orario serale per motivi di svago.

Pendolari e aree interne: i veri sacrificati

Dall’hinterland milanese alla dorsale adriatica, migliaia di pendolari affrontano ogni giorno treni regionali sovraffollati o corse su gomma che impiegano il doppio del tempo di un’auto. Nei piccoli comuni dell’Appennino e del Mezzogiorno, l’autostrada non è un lusso: è l’unico collegamento con posti di lavoro, ospedali e università. Il decreto, invece di colmare il gap infrastrutturale, punisce chi non ha alternative e condanna le periferie a costi di mobilità ancora più elevati.

Il mito dell’elettrico smentito dai numeri

Il Governo giustifica la stangata con la necessità di “accelerare la transizione”. Eppure le auto a batteria rappresentano appena il 4,8 % delle immatricolazioni nazionali (5,1 % da inizio anno), nonostante incentivi miliardari. I listini medi restano sopra i 30 000 €, le assicurazioni sono più care, le colonnine scarseggiano fuori dai grandi centri. Pretendere che operai, insegnanti o infermieri sostituiscano dall’oggi al domani la loro utilitaria diesel con un’elettrica da trentamila euro è pura fantasia burocratica.

Quanto pesa davvero l’auto sul clima?

Secondo l’ISPRA, l’intero settore dei trasporti genera il 26,6 % delle emissioni nazionali di gas serra; la strada ne rappresenta il 91 %. Dentro quel 26 % convivono auto private, tir, pullman e moto: le sole autovetture costituiscono quindi una frazione molto più piccola dell’inquinamento complessivo. Industria pesante, riscaldamento civile ed energia fossile continuano intanto a emettere senza che il Governo imponga balzelli di simile portata.

Retorica verde e opacità istituzionale

A oggi non esiste un simulatore pubblico dei costi; circolano slide non firmate e tabelle “di lavoro” prive di protocollo. Il risultato è un cortocircuito informativo: alcuni siti tecnici spiegano la griglia tariffaria in dettaglio, altri – compresi portali di fact-checking – la definiscono fake news. Se il testo definitivo fosse davvero innocuo, il Governo dovrebbe pubblicarlo integralmente e aprire un confronto con consumatori e categorie produttive. Non lo fa, alimentando legittimi sospetti.

Concessionari sotto ricatto, costi di nuovo sugli utenti

I gestori autostradali avranno 12 mesi per installare sensori, telecamere, software di riconoscimento targhe e piattaforme di calcolo; in caso di ritardi perderanno la concessione.  Chi crede che l’investimento resti a carico delle società sbaglia: nel migliore dei casi i costi saranno ribaltati sui pedaggi “tecnici”, nel peggiore si rinvieranno manutenzioni e cantieri, peggiorando la qualità (e la sicurezza) della rete.

Effetto domino sui prezzi al consumo

Oltre il 70 % delle merci italiane viaggia su gomma: se il pedaggio aumenta proprio nelle finestre in cui i tir riforniscono mercati e supermercati, l’extra costo finirà su latte, pane, frutta e componenti industriali. Il rischio è un boomerang inflazionistico che vanificherà sullo scontrino qualsiasi beneficio ambientale sbandierato in conferenza stampa.

Le alternative (scartate)

Se la finalità fosse davvero ecologica, il Governo investirebbe in treni suburbani affidabili, car-sharing intermodale, piste ciclabili sicure e bonus per il retro-fit elettrico delle flotte circolanti. Si potrebbero creare corsie preferenziali e pedaggi zero per i bus a lunga percorrenza, estendere i crediti d’imposta per la ricarica domestica e defiscalizzare il trasporto pubblico locale. Persino un road pricing urbano tarato sulla congestione reale sarebbe più coerente di una sovrattassa a pioggia sui chilometri percorsi.

Una tassa regressiva vestita da rivoluzione verde

La morale è brutale: chi ha meno paga di più, chi ha di più paga di meno. Nel mezzo la classe media, già schiacciata da mutui e bollette, si vede sottrarre altri euro a ogni casello. Se questa è la “giustizia climatica” promessa, assomiglia a un blitz fiscale che consolida privilegi anziché correggere disuguaglianze. Restano tredici mesi prima dell’entrata in vigore, fissata per il 1° luglio 2025: sindacati, associazioni dei consumatori e amministrazioni locali hanno il dovere di farsi sentire, prima che il casello diventi il nuovo baluardo della disuguaglianza sociale.

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