Antonella Bundu, candidata presidente della Regione Toscana per la coalizione Toscana Rossa (Rifondazione Comunista, Potere al Popolo, Possibile), esaurite le tradizionali trincee della giustizia sociale, si lancia oggi in un duello metafisico che trascende il reddito, il lavoro e i servizi essenziali. Il suo proclama non reclama infrastrutture o tutele sindacali, ma chiede di “smantellare, smontare, disarticolare” la bianchezza come se fosse un ossicino da estrarre da un meccanismo sociale. In questo passaggio si scorge la verità più amara: senza un nemico concreto, la lotta politica fatica a rigenerarsi e sceglie nuovi simboli, nuove essenze astratte su cui esercitare il proprio vigore retorico.
Il vuoto di nuove battaglie sociali
A lungo la sinistra e i movimenti progressisti hanno combattuto contro la precarietà, la diseguaglianza salariale, l’emarginazione delle periferie. Oggi, in gran parte dell’Occidente, quei conflitti si sono trasformati: le riforme sono frantumate, le conquiste faticose. Ne deriva un vuoto di impegno collettivo, un deserto in cui i temi tradizionali non bastano più a coagulare passioni e identità.
In mancanza di lotte materiali, si sposta l’attenzione verso livelli simbolici: dove non ci sono fabbriche da difendere, si erigono teorie. È in questo scenario che Bundu inaugura la sua campagna contro un antagonista impercettibile, un costrutto teorico che pretende di spiegare ogni disuguaglianza stampandovi sopra una sola colpa: la pelle bianca.
La bianchezza come nemesi metafisica
La “bianchezza” non è semplicemente la condizione di chi detiene un privilegio storico, ma un architrave concettuale, un modello di pensiero che prescrive ruoli e colpe a priori. Bundu invita a smontarlo pezzo per pezzo, come se si trattasse di un armadio mal assemblato. Questa scelta di linguaggio – “disarticolare” la pigmentazione – richiama la critica hegeliana alla ragione strumentale, dove ogni elemento diventa oggetto di manipolazione tecnica.
Il filosofo Walter Benjamin osservava: “Non c’è documento di civiltà che non sia al tempo stesso documento di barbarie”.
Allo stesso modo, dietro lo sforzo di purificare il discorso pubblico da un’entità sospetta si cela un’inclinazione a trattare la società come un insieme di parti da riassemblare secondo un disegno astronautico.
Critical Race Theory: la nuova mitologia divisoria
La cornice teorica scelta da Bundu è la Critical Race Theory che riduce ogni tensione storica a un conflitto manicheo fra oppressori bianchi e oppressi non bianchi. È un’equazione semplificatrice:
- Se sei bianco, erediti il peccato originale del colonialismo.
- Se non sei bianco, sei automaticamente vittima, indipendentemente da reddito e condizione sociale.
Nietzsche ammoniva: “Chi lotta con i mostri guardi di non diventare egli stesso un mostro”.
In questa dialettica, l’accusa diventa un’arma che si ritorce su chi la impugna, perché trasforma la società in un perpetuo campo di battaglia identitario.
Una strategia dell’illusione e della distrazione
Il punto di forza di questa retorica è la sua capacità di sottrarre l’attenzione dai problemi concreti: costi energetici, sanità in affanno, fuga dei giovani. “Smantellare la bianchezza” è uno slogan che suona radicale e ipnotico, ma privo di applicazioni pratiche. È un trucco da pubblicità politica: tre parole capaci di galvanizzare platee progressiste senza cambiare un’inerzia burocratica né ridurre le lunghe liste d’attesa degli ospedali.
Chiunque brandisca il cacciavite della “giustizia sociale” sul DNA non propone un progetto di legge, ma un’operazione di marketing ideologico. Nel frattempo, famiglie indebitate e lavoratori esasperati rimangono a guardare.
Un nuovo terreno di scontro
L’assenza di conflitti sociali tradizionali ha costretto Bundu e i suoi epigoni a ridefinire il campo della contesa. Non più masse operaie o precari, ma categorie identitarie; non più statali o datori di lavoro, ma pelle e discorso. La politica si ritrae dal piano materiale per rifugiarsi in un teatro simbolico, dove la bianchezza diventa il nemico assoluto.
È un passaggio cruciale: la guerra alle disuguaglianze reali cede il passo alla guerra alle nozioni stesse di uguaglianza e colpa. Gli elettori, privi di battaglie tangibili, sono invitati a trovare senso nella dialettica ontologica. Così nascono nuove tribù, intente a lottare non per salari più alti o servizi migliori, ma per un verbo da annientare.
La miopia della politica simbolica
In ultima analisi, il vero problema non è la bianchezza né la pigmentazione, ma l’incapacità della politica di affrontare le emergenze materiali. Quando non si riescono più a risolvere povertà, disoccupazione, malfunzionamenti dei servizi pubblici, si cerca rifugio in conflitti astratti. È la più alta forma di miopia: perdere di vista i bisogni dei cittadini per inseguire spettri ideologici.
Il risultato è una commedia tragica in cui il pubblico ride delle parolaie crociate identitarie, mentre la realtà continua a colpire i più vulnerabili.
Se davvero vogliamo emancipazione e giustizia, serve riaprire la discussione sulle battaglie sociali e riportare la politica sul terreno delle soluzioni concrete, non delle metafore ontologiche.



