C’è un’immagine che in queste ore sta dando profondamente fastidio a molti, soprattutto a una certa area politica e culturale italiana che ama parlare di popoli, autodeterminazione e giustizia sociale solo quando i popoli fanno quello che lei si aspetta. Non è l’immagine dei militari statunitensi, non è quella delle dichiarazioni ufficiali, non è nemmeno l’arresto in sé di Nicolás Maduro.
È l’immagine delle piazze venezuelane piene di persone che festeggiano.
Non proteste represse, non folle spaccate, non scenari ambigui. Gente che sorride, che canta, che si abbraccia, che vive l’arresto di Maduro come la fine di un incubo. Un dato talmente evidente da risultare indigesto a chi aveva già pronto il cartello dell’indignazione preventiva.
Ed è proprio da qui che bisognerebbe partire, se si avesse davvero voglia di capire qualcosa. Ma partire da qui significa accettare che la realtà possa smentire anni di narrazione ideologica. E questo, per molti, è inaccettabile.
I fatti, prima che vengano riscritti
Gli Stati Uniti hanno condotto un’operazione militare mirata in Venezuela, arrivata dopo settimane di tensione crescente e culminata con un attacco a un porto strategico del Paese. L’operazione ha portato all’arresto di Maduro, un evento che fino a poco tempo fa sembrava appartenere più alla propaganda che alla cronaca.
Nei giorni immediatamente precedenti, secondo diverse ricostruzioni internazionali, Maduro avrebbe tentato una mediazione diretta con Donald Trump. Un tentativo tardivo, probabilmente dettato dalla consapevolezza che la situazione gli stava definitivamente sfuggendo di mano. Mediazione fallita. L’operazione è andata avanti comunque, segno che le decisioni erano già state prese e che le aperture diplomatiche erano poco più che una foglia di fico.
Questi sono i fatti. Tutto il resto è interpretazione, spesso interessata.
Il riflesso pavloviano della politica italiana
In Italia, come da copione ormai collaudato, non c’è stato nemmeno il tempo di capire cosa fosse successo che il dibattito era già degenerato. Nessuna analisi, nessuna distanza, nessuna cautela. Subito la divisione in blocchi contrapposti, come se la geopolitica fosse una partita di calcio.
O con Trump o contro Trump. O con Maduro o contro Maduro. Nessuna via di mezzo, nessuna complessità ammessa. Il problema non è prendere posizione, ma farlo prima di comprendere, sulla base di automatismi ideologici che scattano senza nemmeno passare dal cervello.
È questo il vero disastro culturale: non si giudicano più i fatti, si giudicano i simboli. E a seconda di chi compie un’azione, la si assolve o la si condanna a prescindere.
Trump come alibi morale
Trump è diventato l’alibi perfetto. Se c’è di mezzo lui, allora non serve più ragionare. Tutto diventa automaticamente sbagliato, sporco, imperialista. Una scorciatoia morale comodissima che evita qualsiasi approfondimento sul contesto venezuelano.
Che Maduro governi da anni un Paese devastato, con un’economia collassata, un’inflazione fuori controllo, una repressione sistematica dell’opposizione e accuse pesantissime di collusioni con il narcotraffico, improvvisamente diventa irrilevante. Un dettaglio fastidioso che rovina la narrazione.
Così facendo, Maduro non viene più giudicato per ciò che ha fatto, ma per chi lo arresta. Un ribaltamento logico che la dice lunga sullo stato del nostro dibattito pubblico.
“È per il petrolio”: la spiegazione che non spiega niente
Come sempre, arriva puntuale la spiegazione universale: il petrolio. Una parola magica che viene tirata fuori ogni volta che serve chiudere una discussione senza aprirne davvero una. È una spiegazione che funziona benissimo sui social, perché è semplice, immediata e non richiede alcuna competenza.
Peccato che sia una semplificazione estrema. Certo che il petrolio venezuelano conta. Certo che gli interessi economici esistono. Ma ridurre tutto a questo significa ignorare deliberatamente anni di destabilizzazione interna, di accuse internazionali, di isolamento politico e di collasso istituzionale.
E soprattutto significa applicare un doppio standard clamoroso. Perché se davvero il criterio fosse “gli Stati Uniti intervengono solo per interessi economici”, allora bisognerebbe avere il coraggio di dirlo anche per interventi passati voluti e sostenuti da amministrazioni democratiche. Ma lì la memoria improvvisamente vacilla.
Il racconto “tecnicamente perfetto” che assolve tutti
In mezzo a questo caos narrativo si inserisce anche il racconto mediatico, che merita una parentesi a parte. Secondo una lettura rilanciata anche da Huffington Post, l’operazione statunitense sarebbe stata un blitz “tecnicamente impeccabile”, una macchina militare oliata tra missili, manette e controllo del territorio, ma al tempo stesso un’azione “attesa”, quasi inevitabile.
Il punto, però, non è l’efficienza militare. Il punto è il modo in cui viene normalizzata l’idea che per mesi gli Stati Uniti abbiano operato nel Mar dei Caraibi in nome della guerra alla droga, senza una base giuridica chiara, mentre il mondo guardava altrove. Un’assenza di reazione che oggi viene raccontata come una semplice fase preparatoria, non come un problema politico e diplomatico enorme.
In questa narrazione, l’America “prende il controllo”, la situazione viene presentata come ormai definita, e il Venezuela come una partita che passa di mano: ora tocca ai militari rimasti a Caracas, ora tocca a un regime descritto come esausto, svuotato, arrivato al capolinea. Tutto appare lineare, quasi inevitabile, come se la legalità internazionale fosse un dettaglio secondario e non il cuore della questione.
Il problema non è nemmeno stabilire se questa lettura sia giusta o sbagliata. Il problema è che viene proposta come un dato di fatto, non come una scelta politica. È il classico meccanismo mediatico: si racconta l’escalation come qualcosa che “accade”, non come qualcosa che qualcuno decide.
E così si crea il paradosso perfetto: da un lato si denuncia l’arbitrio americano, dall’altro lo si accetta come normalità geopolitica, mentre nel frattempo si continua a difendere simbolicamente un leader che il suo stesso Paese ha ormai scaricato.
Le piazze venezuelane come problema narrativo
Torniamo alle piazze. Quelle vere, non quelle raccontate dai commentatori europei. Quelle piene di venezuelani che festeggiano. Perché qui sta il vero nodo irrisolto.
Se un popolo che ha vissuto sulla propria pelle anni di crisi, fame, repressione e migrazioni di massa reagisce con sollievo all’arresto del proprio presidente, forse qualcosa nel racconto occidentale non torna. Forse il problema non è la manipolazione americana, ma l’incapacità di accettare che un leader “anti-imperialista” possa essere, semplicemente, un pessimo governante.
La risposta di molti è stata prevedibile: delegittimare quelle piazze. Dire che sono manipolate, che non capiscono, che sono vittime della propaganda. Tradotto: quando i popoli non si comportano come dovrebbero secondo la nostra ideologia, smettono di essere popoli e diventano comparse.
Milano e il teatro dell’assurdo
In questo contesto arriva il corteo di Milano, organizzato da CGIL, ANPI e ARCI, per protestare contro l’arresto di Maduro. Un paradosso che si commenta da solo.
Il colpo d’occhio è surreale. Accanto alle bandiere venezuelane e palestinesi, spuntano simboli filocomunisti anni Ottanta, come se il tempo si fosse fermato. Un museo dell’ideologia, più che una manifestazione politica.
Non è solidarietà internazionale, è proiezione identitaria. Il Venezuela diventa uno specchio in cui riflettere nostalgie europee, completamente scollegate dalla realtà di chi in Venezuela ci vive davvero.
ANPI, le crepe e il non detto
Questo episodio non è isolato. Si inserisce in una crisi più profonda che attraversa anche l’ANPI da tempo. Le recenti spaccature interne sul conflitto russo-ucraino, le tessere riconsegnate, le accuse incrociate tra filorussi e filoucraini sono solo la punta dell’iceberg.
È il segno di un’organizzazione che fatica a stare nel presente, che spesso preferisce rifugiarsi in letture ideologiche del mondo piuttosto che affrontarne la complessità. E questo, per chi dovrebbe rappresentare una memoria viva e critica, è un problema enorme.
Il vero scandalo è il racconto
Alla fine, il punto non è stabilire se l’operazione americana sia giusta o sbagliata in senso assoluto, né prevedere il futuro del Venezuela. Il punto è un altro: come raccontiamo ciò che accade.
Raccontare male i fatti, selezionare solo quelli che fanno comodo, ignorare sistematicamente ciò che disturba la propria visione del mondo, è già una scelta politica. E anche piuttosto vigliacca.
Il Venezuela non è una bandiera da agitare nei cortei europei. È un Paese reale, con una popolazione reale che sta dicendo qualcosa di molto chiaro. Non ascoltarla non è militanza. È presunzione ideologica.
E forse è proprio questo il finale più onesto: in questa storia, più che Maduro o Trump, a fare la figura peggiore è chi continua a tifare, incapace di fermarsi un attimo e accettare che la realtà, ogni tanto, se ne frega delle nostre bandiere e va avanti per conto suo.



