Ci sono momenti in cui la politica smette di essere ciò che dovrebbe essere, uno spazio di confronto sui contenuti, un terreno in cui si misurano idee, si valutano proposte, si assumono responsabilità, e diventa qualcos’altro: una guerra di simboli, slogan, appartenenze, una gara a chi racconta meglio la propria versione della realtà prima che l’altra parte abbia il tempo di articolare la propria. Il referendum sulla giustizia che abbiamo appena attraversato è esattamente questo tipo di momento. Non tanto per il risultato in sé, che pure ha il suo peso e merita una lettura attenta, quanto per il modo in cui ci si è arrivati, per la qualità del dibattito che lo ha preceduto e per ciò che quel risultato è stato immediatamente trasformato a essere nelle ore successive al voto.
Perché il problema non è il “No” che vince e il “Si” che perde. Il problema è cosa quel “No” viene fatto diventare il giorno dopo. E chi lo trasforma, e in nome di cosa, e con quale onestà intellettuale.
Qui si apre una crepa che vale la pena guardare da vicino, senza sconti per nessuno.
Un referendum che ha perso il suo oggetto
Formalmente, si votava sulla giustizia. Tecnicamente, su quesiti specifici, complessi, articolati, che richiedevano un minimo di comprensione reale del sistema giudiziario italiano, delle sue storture strutturali, delle tensioni tra poteri che lo attraversano da decenni, delle possibili direzioni di riforma. Nella realtà, però, il referendum è stato raccontato, semplificato, compresso e infine spinto dentro un’altra narrazione, che aveva poco a che fare con i contenuti dei quesiti e molto con il clima politico del momento.
Non si è votato davvero sulla giustizia. Si è votato su altro, e lo si è fatto in modo così sistematico e così trasversale che alla fine è difficile trovare un solo attore politico, mediatico o civile che si possa definire immune da questo scivolamento. Si è votato a favore o contro un clima politico. Si è votato a favore o contro un governo. Si è votato a favore o contro una propria identità di appartenenza, in un sistema in cui il voto è diventato sempre più un gesto identitario e sempre meno una scelta ragionata su un contenuto specifico.
E questo slittamento non è avvenuto per caso, né per inerzia è stato costruito e alimentato. Spinto deliberatamente da entrambe le parti, con strumenti diversi ma con un risultato convergente: la svaporazione del contenuto. La destra ha cercato di incorniciare il referendum come un passaggio chiave per riformare un sistema percepito come inefficiente, spesso ingiusto, a tratti autoreferenziale nella sua gestione del potere. La sinistra, o almeno una parte consistente di essa, ha trasformato quei quesiti in un terreno di scontro politico puro, caricandoli di significati che andavano ben oltre il merito. Il risultato è stato prevedibile, come sempre è prevedibile quando il contenuto evaporizza e la percezione prende il sopravvento: si è votato su qualcosa che il referendum non era, e si è interpretato il risultato come se si fosse deciso qualcosa che non era all’ordine del giorno.
La fabbrica della semplificazione
C’è un meccanismo preciso che governa la comunicazione politica contemporanea, e vale la pena descriverlo con precisione perché si è manifestato in tutta la sua potenza anche in questa occasione. Il meccanismo funziona così: si prende un tema complesso, in questo caso un sistema giudiziario con decenni di problemi strutturali, con un equilibrio delicato tra poteri, con riforme necessarie e contese da anni, lo si comprime fino a farlo diventare uno slogan, e poi si usa quello slogan non per spiegare, ma per mobilitare.
La semplificazione non è di per sé un errore: comunicare è anche semplificare, e pretendere che ogni cittadino conosca nei dettagli tecnici ogni tema su cui è chiamato a esprimersi sarebbe una forma di elitismo intellettuale altrettanto distorta. Il problema non è la semplificazione in sé. Il problema è la semplificazione che distorce, che elimina non solo la complessità ma anche la sostanza, che riduce un quesito tecnico a una battaglia simbolica in cui schierarsi, senza che chi si schiera abbia davvero capito su cosa lo sta facendo.
E in questo meccanismo, i media hanno una responsabilità che spesso non viene sufficientemente riconosciuta. Non perché i giornalisti siano in malafede, ma perché il sistema mediatico incentiva la semplificazione, premia la polarizzazione, amplifica il conflitto e penalizza la complessità. Un articolo che spiega le implicazioni tecniche di un quesito referendario sulla responsabilità civile dei magistrati ha un tasso di lettura enormemente inferiore a un titolo che dice “Referendum: scontro tra destra e magistratura”. E i titoli che non vengono letti non esistono nel mercato dell’attenzione in cui siamo immersi.
L’elettore tra convinzione e suggestione
Dire che molti italiani siano andati a votare, o abbiano scelto di non farlo, senza avere piena consapevolezza dei quesiti specifici non è un’accusa, è una constatazione che riguarda la quasi totalità delle tornate referendarie della storia repubblicana, e non solo italiana. Succede sempre quando il livello di complessità tecnica supera quello della comunicazione disponibile, quando la distanza tra il linguaggio del diritto e il linguaggio quotidiano diventa incolmabile in poche settimane di campagna.
Ma qui il problema è più profondo di così. Non si tratta soltanto di una questione di informazione insufficiente o di difficoltà di comprensione. Si tratta di un’architettura della comunicazione che è stata costruita per evitare che le persone capissero davvero, perché capire avrebbe complicato il racconto. Avrebbe reso più difficile mobilitare, avrebbe aperto spazi di dubbio, avrebbe costretto a ragionare invece di reagire. E la politica, oggi più che mai, preferisce l’elettore che reagisce all’elettore che ragiona, perché l’elettore che ragiona è imprevedibile, è difficile da incanalare, pone domande scomode.
Così si semplifica e si polarizza. Si riduce tutto a un sì o un no che non è più tecnico, ma emotivo, e che porta incorporato dentro di sé non un giudizio sul merito ma un’identificazione di campo. In questo contesto, il voto diventa reazione: reazione a un messaggio, a un clima, a un’identificazione che si è costruita nel tempo e che il referendum attiva ma non produce. Ed è precisamente per questo che il referendum smette di essere uno strumento di democrazia diretta e diventa un termometro emotivo, utile a misurare la temperatura dell’elettorato ma non a decidere davvero su ciò che formalmente chiedeva di decidere.
Il giorno dopo: la narrazione che travolge il dato
Ed è qui che entra in gioco ciò che abbiamo visto nelle ore immediatamente successive alla chiusura dei seggi. Manifesti stampati con una velocità sospetta, post sui social costruiti con una precisione che suggerisce una preparazione precedente al risultato, dichiarazioni, piazze convocate. Il risultato del voto diventa immediatamente qualcos’altro: un grido, una piazza, una lettura. “Il Paese ha parlato”. “Meloni dimissioni”. “Scendiamo in piazza”.
Ma il Paese ha parlato davvero di quello? Ha deciso davvero di chiedere le dimissioni di un governo con un voto su quesiti tecnici riguardanti la separazione delle carriere o la responsabilità civile dei giudici? La risposta onesta è no. Ha parlato, forse confusamente, forse in modo contraddittorio e non sempre informato, di una serie di questioni che riguardano la struttura del sistema giudiziario. Il fatto che quel voto venga immediatamente reinterpretato come un giudizio politico sull’attuale governo è una forzatura. Legittima, se vogliamo, nelle dinamiche del gioco politico, in cui ogni risultato viene strumentalizzato da chi può trarne vantaggio. Ma pur sempre una forzatura, e come tale andrebbe chiamata.
Il confronto con il 2016 è stato subito evocato, e merita di essere fatto con onestà, non per difendere nessuno ma per capire la differenza strutturale tra i due momenti. Nel 2016, il referendum costituzionale era stato esplicitamente e dichiaratamente politicizzato dal suo stesso promotore: Matteo Renzi aveva legato in modo esplicito il proprio destino politico all’esito di quel voto, trasformando il referendum in un plebiscito su sé stesso prima ancora che il voto avvenisse. Quella scelta era discutibile, e molti la criticarono anche a sinistra, ma aveva almeno una sua coerenza interna: chi vota No, vota No a me. E quando perse, si dimise. La personalizzazione era stata dichiarata in anticipo, il prezzo politico era stato messo sul piatto prima, non dopo.
Qui no. Non risulta che l’attuale presidente del Consiglio abbia mai detto, prima del voto, “se perde il referendum, mi dimetto” o “questo voto è un giudizio sul mio operato”. Non risulta che il governo abbia esplicitamente legato la propria sopravvivenza politica a questo risultato. E allora su quale base si chiede oggi una cosa del genere? Sulla base di una lettura ex post, costruita dopo il voto, su un significato che il voto non aveva formalmente. Questo non significa che il risultato sia politicamente ininfluente, ogni voto ha una componente politica che sarebbe sciocco ignorare, ma significa che la distanza tra ciò che il voto era e ciò che viene fatto diventare è enorme, e quella distanza si chiama strumentalizzazione.
Il cortocircuito della comunicazione politica
Quello a cui assistiamo è un cortocircuito che non è episodico ma strutturale, non è la caratteristica di questa tornata referendaria ma il modo ordinario in cui funziona la comunicazione politica nel sistema mediatico contemporaneo. Il meccanismo è sempre lo stesso: si semplifica il contenuto per renderlo accessibile, e poi si estremizza il significato per renderlo utile. In mezzo, il cittadino si trova a navigare tra messaggi che hanno perso ogni rapporto diretto con la realtà dei fatti da cui formalmente provengono.
E questo non riguarda solo una parte politica. Sarebbe troppo comodo e troppo falso limitare la critica a uno schieramento. Riguarda tutti, con modalità speculari che si replicano ogni volta che c’è un risultato da interpretare. La destra, quando governa, tende a leggere ogni segnale come una conferma del proprio mandato, a minimizzare i risultati avversi, a costruire narrazioni di continuità anche quando i dati suggerirebbero una revisione. La sinistra, quando è all’opposizione, tende a trasformare ogni segnale in una delegittimazione del governo, ad amplificare ogni difficoltà, a costruire narrazioni di crisi anche quando i dati suggerirebbero una lettura più sfumata. È un gioco noto, ripetitivo, quasi rituale nella sua meccanicità. Ma ogni volta che si gioca produce lo stesso effetto: sposta l’attenzione dai contenuti alle interpretazioni, dalla sostanza al racconto, dai fatti alle narrazioni.
La piazza come prolungamento della narrazione
La convocazione della piazza, in questo scenario, non è un fatto isolato né una risposta spontanea. È la naturale estensione di quella narrazione, il suo prolungamento fisico, il modo in cui la lettura costruita del risultato si materializza nello spazio pubblico e acquista una consistenza che il dato numerico da solo non avrebbe. Se il risultato del referendum viene raccontato come una bocciatura politica del governo, allora diventa logico chiedere le dimissioni. Diventa logico scendere in piazza. Diventa logico trasformare un risultato referendario in una mobilitazione politica che lo eccede e lo trascende.
Il problema, ancora una volta, non è la piazza in sé. La piazza è uno strumento legittimo, storicamente fondamentale, politicamente necessario in moltissime circostanze. Chiunque sostenga che la piazza sia sempre inappropriata o sempre strumentale mente a sé stesso e agli altri. Il problema è la premessa su cui quella piazza specifica si costruisce. Se la premessa è una lettura forzata di un dato che non dice ciò che si vuol far credere che dica, allora anche la mobilitazione nasce su un terreno fragile, e quella fragilità non viene cancellata dall’entità della partecipazione. Questo non significa che chi scende in piazza non abbia motivazioni reali, concrete, legittime. Le ha quasi sempre. Ma quelle motivazioni vengono incanalate dentro una narrazione che le usa per uno scopo che non è la comprensione dei fatti ma la pressione politica su un governo.
E qui si pone una domanda che vale la pena tenere aperta: le piazze costruite su premesse narrative distorte indeboliscono o rafforzano la democrazia? La risposta non è semplice, e chiunque vi risponda in modo troppo rapido probabilmente non l’ha davvero considerata.
Il centrodestra e l’illusione dell’autosufficienza
Detto questo, e ribadita la critica a chi usa strumentalmente il risultato del referendum, sarebbe un errore simmetrico e ugualmente disonesto fermarsi qui. Perché c’è un altro lato della medaglia, che riguarda direttamente chi governa, e che i governanti farebbero bene a non ignorare nella convinzione che la critica all’opposizione li assolva automaticamente.
Il centrodestra non può permettersi di leggere questo risultato come un dettaglio irrilevante, come il frutto esclusivo di una campagna narrativa avversaria, come un rumore di fondo privo di segnale reale. C’è un segnale, e ignorarlo sarebbe un errore di valutazione politica oltre che un atto di mala fede verso i propri elettori. Non necessariamente un segnale di sfiducia totale e irreversibile, non necessariamente una bocciatura dell’intero operato di governo, quella lettura appartiene all’opposizione e va lasciata all’opposizione, ma sicuramente un segnale di disallineamento su alcuni temi, su alcune scelte, su alcune figure che popolano questo scenario politico. Ignorare questo segnale nella convinzione di essere al sicuro perché le opposizioni esagerano sarebbe il classico errore di chi confonde la critica delle critiche con la risposta ai problemi.
Responsabilità. È una parola che la politica usa con frequenza inversamente proporzionale alla frequenza con cui la esercita. Responsabilità di analizzare i segnali che arrivano, anche quelli scomodi. Responsabilità di capire dove si è sbagliato, se si è sbagliato. Responsabilità di correggere, quando si può e quando si deve. Perché se è vero che il referendum non era un plebiscito sul governo, è anche vero che nessun voto è mai del tutto neutro rispetto al clima politico in cui avviene, e fingere il contrario è una forma di cecità volontaria.
L’industria dell’indignazione selettiva
C’è un fenomeno che attraversa in modo trasversale tutto questo scenario e che merita un paragrafo a parte, perché è forse il più rivelatore di tutti: l’industria dell’indignazione selettiva. Funziona così: ci si indigna quando i risultati non ci piacciono, e si minimizza quando ci favoriscono. Ci si indigna per le interpretazioni altrui del dato, e si glissa sulle proprie. Ci si indigna per la piazza dell’avversario, e si convoca la propria. Ci si indigna per la semplificazione del campo opposto, e si produce semplificazione specularmente.
Questa selettività non è solo un vizio di coerenza. È uno strumento di potere, nel senso che serve a costruire nel proprio elettorato la convinzione che il problema stia sempre e solo dall’altra parte, che la propria parte sia sempre e solo vittima delle distorsioni altrui, che la propria lettura della realtà sia sempre e solo più onesta, più precisa, più legittima di quella avversaria. È la base su cui si costruisce la fedeltà tribale, il tifo politico, l’identificazione irriflessiva. E funziona, nell’immediato. Il problema è che ogni volta che funziona, lascia il sistema politico un po’ più incapace di affrontare i problemi reali, un po’ più occupato a combattere guerre narrative e un po’ meno capace di governare.
La perdita strutturale del contesto
Se c’è una cosa che manca sistematicamente nel dibattito pubblico italiano, e non solo in quello, è il contesto. I numeri vengono presi, isolati, agitati come bandiere. Ma raramente vengono spiegati nella loro complessità, raramente vengono messi in relazione con le condizioni che li hanno prodotti, raramente vengono usati come punto di partenza per capire invece che come munizione per combattere.
I confronti storici che si fanno in queste ore, con il 2016, con altri referendum, con altre tornate elettorali, hanno tutti questo problema di fondo: vengono usati selettivamente, presi nella misura in cui supportano la narrazione che si vuole costruire e abbandonati quando la contraddicono. Un referendum costituzionale con una fortissima personalizzazione politica e un referendum tecnico sulla giustizia non sono confrontabili senza tenere conto di questa differenza fondamentale. Eppure, nel racconto mediatico e politico, queste differenze vengono appiattite con una disinvoltura che sarebbe comica se non fosse così dannosamente efficace. Perché il contesto complica. E la complessità, nel sistema comunicativo attuale, è un ostacolo alla diffusione del messaggio, non un suo elemento costitutivo.
Il tifo e la politica: una confusione che ha un prezzo
Il passaggio forse più evidente di tutto questo è la trasformazione della politica in tifo, e bisogna dire con chiarezza che non si tratta di una metafora ma di una realtà strutturale. Le dinamiche sono ormai le stesse: schieramenti contrapposti con identità consolidate, narrazioni semplificate che permettono l’identificazione immediata, esultanze e indignazioni immediate ai risultati, lettura di ogni dato come conferma della superiorità della propria squadra e inferiorità di quella avversaria. La logica è quella del campionato, non quella della democrazia deliberativa.
Ma la politica non è uno stadio, anche se sempre più spesso vi assomiglia. O almeno, non dovrebbe esserlo, non perché sia un principio estetico ma perché le conseguenze di questa confusione sono reali e concrete: decisioni prese sulla base di climi emotivi invece che di analisi, governanti che gestiscono il consenso invece di governare, opposizioni che producono conflitto invece di alternativa, cittadini che tifano invece di decidere. Quando si leggono i risultati di un referendum come se fossero il risultato di una partita, chi ha vinto, chi ha perso, cosa succede adesso alla classifica, si perde completamente il senso dello strumento democratico che si sta usando. Il referendum non serve a vincere contro qualcuno. Serve a decidere su qualcosa. Quando questo passaggio viene dimenticato, tutto il resto diventa inevitabilmente distorto.
Quello che nessuno vuole davvero affrontare
Resta, sullo sfondo di tutto questo, un problema più profondo che pochi hanno davvero voglia di affrontare: la distanza crescente tra la politica istituzionale e la comprensione reale da parte dei cittadini di ciò che quella politica produce. Non si tratta solo di sfiducia, che pure esiste ed è documentata. Si tratta di una disconnessione strutturale, di un sistema in cui i temi sono complessi, il linguaggio è tecnico, i processi decisionali sono opachi, e la comunicazione pubblica li semplifica fino a deformarli in modo sistematico.
Il risultato è un sistema in cui il cittadino vota, ma spesso non decide davvero su ciò che pensa di decidere. In cui le elezioni e i referendum diventano gesti rituali di appartenenza più che strumenti di scelta. In cui la democrazia continua a funzionare nelle sue forme ma perde progressivamente la sua sostanza. E questo non è un problema di ignoranza individuale, è sbagliato e irrispettoso liquidarlo così, ma un problema di architettura sistemica, di un sistema che ha smesso di investire nella qualità della partecipazione e ha cominciato a investire solo nella sua quantità, nella sua mobilitazione, nella sua strumentalizzazione.
Un referendum che nessuno ha davvero letto
Alla fine, se si prova a mettere da parte il rumore di fondo, le piazze, i manifesti, le dichiarazioni, le indignazioni e le esultanze, quello che resta di questo referendum è un dato numerico su una serie di quesiti tecnici che riguardano il sistema giudiziario italiano. Un dato che dice qualcosa, certamente, come tutti i dati dicono qualcosa, ma che non dice da solo ciò che ci viene raccontato che dice. Non dice che il governo deve dimettersi. Non dice che la sinistra ha vinto. Non dice nemmeno che la giustizia italiana va bene così com’è o che le riforme proposte erano sbagliate.
Dice qualcosa di più semplice e di più difficile da maneggiare politicamente: che un certo numero di italiani, in un certo contesto, con una certa informazione disponibile, ha fatto certe scelte. Interpretare quelle scelte richiede onestà intellettuale, contestualizzazione, disponibilità a tenere insieme la complessità invece di ridurla. Richiede di resistere alla tentazione di trasformare ogni dato in una conferma di ciò che si già pensava.
La domanda vera, quella che nessuno ha davvero voglia di farsi, non è se il “No” abbia vinto o perso, né cosa comporti per questo o quel leader politico. La domanda vera è: cosa abbiamo votato davvero? E ancora più importante, nel silenzio di tutti i rumori che l’hanno seguita: cosa ci stanno raccontando di aver votato?
Perché tra queste due cose c’è sempre una distanza. In questa tornata referendaria, quella distanza è stata particolarmente ampia. E in quella distanza non si gioca solo il destino di un governo o la carriera di qualche leader. Si gioca qualcosa di più sottile e di più durevole: la capacità collettiva di usare gli strumenti della democrazia per quello che sono stati pensati, invece di usarli come armi di una guerra che non ha niente a che fare con la qualità della vita pubblica e tutto a che fare con il potere di chi racconta la storia.



