Esame di maturità, quando il diploma diventa un diritto senza doveri

Esame di maturità, quando il diploma diventa un diritto senza doveri

C’è un momento preciso in cui un ragazzo smette di essere studente e inizia a diventare cittadino. Non è la festa dei 18 anni, non è il primo voto alle urne. È l’esame di maturità. Quel passaggio simbolico in cui non si verifica solo ciò che sai, ma chi sei. È lì che dovresti avere il coraggio di presentarti, metterci la faccia, sostenere le tue idee davanti a un gruppo di adulti. E invece no: nel 2025 abbiamo maturandi che, con aria spavalda o vittimista, si alzano in piedi e dicono «io l’orale non lo faccio». E se ne vanno a casa con il diploma in tasca.

È successo in Veneto, ma può accadere ovunque. E questo è il vero scandalo. Perché non si tratta di tre ragazzini in crisi di ansia, ma di un sistema che ha smesso di educare e ha cominciato ad assecondare.

Il diritto al diploma, anche senza parlare

I protagonisti della protesta – se così possiamo definirla – hanno fatto notizia: Gianmaria Favaretto a Padova, Maddalena Bianchi a Belluno, un altro studente a Treviso. Tutti e tre hanno rifiutato il colloquio orale, consapevoli che i punteggi accumulati nelle prove scritte e nei crediti fossero sufficienti a ottenere il diploma. La normativa lo permette. Nessun obbligo di sostenere l’orale, nessuna soglia minima, nessuna conseguenza. Il messaggio è chiaro: puoi prendere un titolo di studio senza aprire bocca.

Ecco il primo, clamoroso errore. Si è trasformato un esame in un meccanismo automatico. Hai abbastanza punti? Promosso. Poco importa se sai parlare, se riesci a spiegarti, se hai idee da condividere. Il colloquio, che dovrebbe essere il cuore dell’esame, è diventato un optional.

Un sistema educativo che ha paura di chiedere coraggio

Ma com’è possibile che sia accaduto questo? La risposta è inquietante: perché il sistema ha paura di essere impopolare. Perché gli adulti – insegnanti, dirigenti, politici – temono di mettere i giovani davanti a prove vere. Perché l’ansia fa paura. Perché lo stress viene subito bollato come trauma.

Invece di insegnare a reggere la pressione, abbiamo iniziato ad aggirarla. Abbiamo accettato che l’orale fosse un momento troppo difficile, troppo emotivo, troppo “vecchio stile”. In nome del benessere psicologico – sempre evocato, mai veramente affrontato – abbiamo reso facoltativa la parte più importante dell’esame.

È l’ennesima manifestazione di una scuola che si vergogna del proprio ruolo. Che preferisce coccolare piuttosto che formare. Che pensa che “inclusivo” voglia dire “indolore”. Ma crescere fa male, e l’orale della maturità è uno dei pochi riti civili in cui quel dolore ha un senso, una direzione.

La scuola dell’ansia e del vittimismo

Si è sentito spesso che secondo molti studenti l’esame orale è «un meccanismo disumano». Disumano? Parlare davanti a cinque insegnanti che ti conoscono da anni, per mezz’ora, è disumano? Ma davvero vogliamo accettare che l’atto più normale – esprimere se stessi – venga considerato una tortura?

Il problema non è che i ragazzi sono fragili. È che li stiamo educando a esserlo. Li abbiamo cresciuti nell’idea che ogni difficoltà sia un sopruso, ogni valutazione un giudizio morale, ogni confronto un’aggressione. Così, al primo ostacolo vero – parlare in pubblico, difendere un’idea, sostenere una domanda – si bloccano. E non solo: rivendicano il diritto di non provarci neppure.

L’orale è la vita, non solo la scuola

L’orale non è solo un pezzo d’esame. È il prototipo della vita adulta. Tutta la nostra esistenza è un susseguirsi di colloqui, con un datore di lavoro, con un cliente., con un collega, con un medico, con un genitore o con un partner. La capacità di parlare, di convincere, di sostenere un pensiero è ciò che rende un cittadino in grado di abitare la società.

Rinunciare a questo momento è rinunciare alla formazione dell’individuo, è come dare la patente a chi non ha mai guidato, è come promuovere a medico chi ha studiato solo sui libri ma non ha mai parlato con un paziente. È un’assurdità pedagogica, prima ancora che normativa.

Il silenzio che diventa spettacolo

La cosa più tragica – e più vergognosa – è che questi silenzi sono diventati performance. «Scena muta» è ormai l’espressione chiave. C’è chi si presenta solo per dire «non lo faccio» e chi si alza e se ne va. Il tutto sotto le telecamere dei media, come se stessimo assistendo a un gesto di eroismo.

Ma non c’è nulla di eroico nel rifiutare una prova. C’è solo una spettacolarizzazione del rifiuto, un culto dell’“io non ci sto” privo di contenuto, perché non siamo davanti a una protesta per cambiare qualcosa, ma a un semplice atto di autoaffermazione: «non voglio farlo, quindi non lo faccio». È l’ideologia del capriccio.

La responsabilità degli adulti: genitori, insegnanti, ministero

Dove sono gli adulti, in tutto questo? Dove sono i genitori che dovrebbero spiegare ai figli che il rispetto passa anche dalla fatica? Dove sono gli insegnanti che dovrebbero trasmettere il valore della prova orale? Dove sono i politici che dovrebbero difendere la serietà della scuola pubblica?

Il ministro Valditara ha promesso che dal prossimo anno chi salta l’orale sarà bocciato. Bene. Era ora. Ma è solo un primo passo, serve molto di più, serve ridare all’orale la centralità che merita, serve spiegarne il valore, non solo imporlo con la paura, serve restituire alla scuola la capacità di essere scomoda, difficile, vera.

Non basta bocciare chi non parla. Bisogna educare a parlare

Chi rifiuta di parlare lo fa anche perché non è stato preparato a farlo. In troppi istituti l’orale è solo l’ultima interrogazione, una finta conversazione piena di formule precotte. Bisogna cambiare tutto introdurre ore di educazione all’argomentazione. e fare dibattiti in classe. Allenare alla comunicazione, alla gestione delle emozioni, alla capacità di sintesi.

L’esame di maturità dovrebbe essere il culmine di un percorso, non un salto nel vuoto. Ma se quel percorso non c’è mai stato, è chiaro che l’orale diventa solo uno spauracchio. E allora sì, in parte la colpa è anche della scuola. Di chi ha preferito i test a risposta multipla al confronto vivo.

La maturità non è un voto, è una voce

Alla fine, il problema è culturale. Abbiamo confuso la maturità con il voto finale. Abbiamo pensato che basti un numero per definire una persona. Ma non è così. La maturità è un atteggiamento. È la capacità di stare in piedi davanti agli altri, di esprimersi, di assumersi la responsabilità delle proprie parole.

Chi rifiuta l’orale rifiuta di diventare adulto e chi glielo lascia fare, rifiuta il proprio ruolo di educatore. Serve un’inversione netta, una scuola che non abbia paura di chiedere impegno, coraggio e fatica. Che torni a dire: «parlami, dimmi cosa pensi, mostrami chi sei». Perché solo così si diventa davvero maturi.

E chi non ci sta, non dovrebbe essere promosso. Ma rimandato, con una sola materia da recuperare: imparare a parlare.

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