Il paradiso sotto i missili: la grande fuga da Dubai

Il paradiso sotto i missili: la grande fuga da Dubai

C’è un momento preciso in cui la narrativa crolla. Non si tratta di un crollo lento, progressivo, elaborato nel tempo attraverso la sedimentazione dei dubbi, no, si tratta di un crollo istantaneo, quasi teatrale nella sua brutalità, di quelli che accadono quando la realtà si presenta senza preavviso e senza riguardo per la coerenza altrui.

Quello che sta accadendo in queste ore a Dubai, tra missili iraniani, spazio aereo chiuso, voli cancellati e migliaia di italiani bloccati nella città del lusso eterno, è, al netto della tragedia geopolitica che gli fa da sfondo, anche lo spettacolo involontario e impietoso di una classe di persone che per anni ha costruito la propria identità sul rifiuto dell’Italia, e che adesso, proprio adesso, chiede all’Italia di venirla a prendere.

Prima di tutto, i fatti

Bisogna capire cosa è successo, perché i fatti non sono accessori: sono la premessa indispensabile di tutto ciò che verrà dopo. Il 28 febbraio 2026, gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato quella che è stata definita un’operazione preventiva su vasta scala contro l’Iran, colpendo obiettivi strategici a Teheran, Isfahan, Qom e Karaj.

Nei raid sono rimasti uccisi l’Ayatollah Khamenei, la sua famiglia, e diversi alti funzionari del regime. La risposta di Teheran non si è fatta attendere: missili e droni sono stati lanciati contro le basi americane nel Golfo, contro Israele, e, cosa che ha cambiato la geometria della crisi, contro gli Emirati Arabi Uniti, contro il Qatar, contro il Kuwait. Dubai non era fuori dalla portata. Il Dubai International Airport è stato colpito da un drone iraniano.

Il Fairmont Hotel sull’isola artificiale di Palm Jumeirah ha ricevuto l’impatto di un missile. Quattro feriti confermati. Una densa colonna di fumo nero si è alzata da quello che fino a poche ore prima era considerato uno dei resort più esclusivi del pianeta.

Le conseguenze sul traffico aereo globale sono state immediate e devastanti: la più grande interruzione del trasporto aereo internazionale dall’inizio della pandemia di Covid. Emirates ed Etihad hanno cancellato rispettivamente il 38 e il 30 per cento dei loro voli. Qatar Airways il 41 per cento. ITA Airways ha sospeso i voli da e per Dubai fino al 4 marzo, e quelli per Tel Aviv fino all’8. L’Agenzia europea per la sicurezza aerea ha sconsigliato a tutte le compagnie europee di volare a qualsiasi altitudine nello spazio aereo coinvolto. Il risultato è che oltre 20.000 italiani sono rimasti bloccati negli Emirati, tra turisti, residenti, lavoratori, studenti, tra cui 204 ragazzi impegnati in un progetto internazionale a Dubai, e crocieristi fermi nel porto a bordo di una nave MSC.

Questo è il contesto. Geopoliticamente complesso, umanamente drammatico, logisticamente paralizzante. La Farnesina ha attivato una Task Force Golfo. Il ministro Tajani ha annunciato rimpatri organizzati. Un primo volo con connazionali rientrati dall’Oman è atterrato a Fiumicino. I 200 studenti sono stati portati a Milano nella serata del 3 marzo. La macchina consolare si è messa in moto, non senza frizioni e non senza le inevitabili accuse, parzialmente giustificate, come spesso accade nelle emergenze, di lentezza e comunicazione confusa. Ma questo è un altro capitolo.

Il cortocircuito: da Dubai il paradiso a «mandateci un aereo»

Oggi non vogliamo fare analisi geopolitica, almeno non adesso. Oggi siamo qui a parlare di qualcosa di più piccolo, ma in un certo senso più rivelatrice, di quella piccola commedia dell’assurdo che si è consumata in parallelo alla crisi vera, sui telefoni di milioni di italiani, attraverso i reel di Instagram e i video di TikTok che nelle ultime 48 ore abbiamo spulciato con una certa sistematica e, bisogna ammetterlo, con una certa malcelata curiosità antropologica.

C’è una categoria di italiani, ormai numerosa e rumorosa, che negli ultimi anni ha scelto Dubai come residenza principale, come scenario di vita, come palcoscenico identitario. Parliamo degli influencer, dei cosiddetti fuffa guru, venditori di corsi online che promettono ricchezza rapida attraverso dropshipping, marketing digitale, criptovalute e altri strumenti che nella presentazione sui social sembrano treni ad alta velocità verso l’indipendenza finanziaria, degli imprenditori da follower, delle figure che campano sull’immagine di sé come persone di successo che hanno avuto il coraggio di abbandonare l’Italia e di costruirsi una vita migliore altrove. A Dubai, per la precisione. Perché Dubai è la capitale simbolica di questo universo: tasse ridottissime grazie alle zone franche dell’emirato, piscine infinite, grattacieli, Lamborghini noleggiate per i reel, una scenografia che comunica potenza senza sforzo.

E per anni, sistematicamente, molti di questi personaggi hanno usato quella scenografia per tirare addosso all’Italia ogni tipo di letame. L’Italia è un paese di falliti. L’Italia è un paese di tasse oppressive e stato predatorio. L’Italia è burocratica, lenta, mediocre, invidiosa del successo altrui. L’italiano medio è un “coglione” che non capisce nulla di business. Chi resta in Italia non ha il coraggio di cambiare. Dubai, per contro, è il paradiso dei meritocratici, il regno dei visionari, la terra dove chi lavora davvero viene premiato. Questo è stato il messaggio, ripetuto, amplificato, monetizzato attraverso corsi da centinaia o migliaia di euro che promettevano di insegnare anche a te come replicare il modello.

Due narrazioni, una sola incoerenza

Nelle prime 48 ore dopo gli attacchi, monitorando i contenuti social di queste figure, si è assistito a uno spettacolo in due atti distinti e contraddittori, che merita di essere descritto con la precisione che merita. Il primo atto era la negazione. Decine di questi personaggi hanno pubblicato video e storie sostenendo che i media italiani ed occidentali stavano mentendo, che Dubai era assolutamente sicura, che non c’era nulla di cui preoccuparsi, che le immagini di esplosioni e fumo circolate online erano prodotti dell’intelligenza artificiale o montaggi realizzati da chi aveva interesse a destabilizzare gli Emirati. Il messaggio era chiaro: state a casa voi italiani, non capite niente, i media vi manipolano, noi che siamo qui sappiamo come stanno davvero le cose. Il tono era quello consueto: condiscendente, sicuro di sé, leggermente sprezzante verso chi aveva il torto di credere alle notizie invece di seguire il loro feed.

Il secondo atto è arrivato poche ore dopo, e in molti casi proviene dagli stessi profili. Il cambio di tono è stato così repentino da risultare quasi fisicamente disorientante per chi aveva seguito entrambi i momenti. Missili sopra la testa. Esplosioni in lontananza. Allerte governative che ordinano di restare in casa, di allontanarsi dalle finestre, di prepararsi all’eventualità di dover evacuare in fretta. Richieste esplicite alla Farnesina di organizzare voli di rientro immediato. Appelli al governo italiano. Un personaggio, un podcaster residente a Dubai con la famiglia, ha dichiarato di aver visto missili infuocati sopra la propria testa, di sentire le esplosioni, di essere bloccato senza poter fare nulla, con due bambine e la paura di una situazione che non si era mai immaginata possibile a Dubai. Un altro, ha raccontato di essersi spostato a un’ora dalla città, verso il confine con l’Oman, per dormire in un accampamento in mezzo al deserto. L’influencer romana senza nome ha registrato video dalla terrazza del proprio appartamento mentre dichiarava di sentire le bombe, ricevendo contestualmente avvisi governativi che le chiedevano di stare lontana dalle finestre.

Si potrebbe obiettare che la contraddizione non è necessariamente in malafede: la situazione siè evoluta rapidamente, e chi nelle prime ore minimizzava poteva semplicemente non avere ancora la piena percezione di quel che stava accadendo. È una lettura possibile, e sarebbe disonesto ignorarla completamente. Però c’è una differenza tra chi nella confusione iniziale non aveva informazioni sufficienti e chi ha attivamente accusato di menzogna i media e chi riportava la crisi, salvo poi smentirsi con la propria diretta esperienza. Quella differenza è importante, e non va lasciata cadere nell’oblio del news cycle.

Il problema dei soldi, o meglio: della loro misteriosa assenza

Ma il cortocircuito più clamoroso, quello che ha innescato la reazione più viscerale del pubblico italiano, e a ragione, è un altro. Ed è di natura squisitamente economica. Nel corso di questi giorni, mentre il caos si organizzava e le istituzioni italiane lavoravano per coordinare i rimpatri, è emerso che la Farnesina avrebbe comunicato ai connazionali bloccati che, nel caso fosse stato necessario sostenere spese aggiuntive di pernottamento in attesa dei voli, gli italiani avrebbero dovuto anticipare le somme di tasca propria, con possibilità di rimborso successivo, secondo le procedure previste. Una comunicazione burocratica, non particolarmente elegante, ma di per sé non scandalosa in un’emergenza di quelle dimensioni.

La reazione di una parte di questi personaggi è stata però di indignazione assoluta. Lo Stato italiano li stava abbandonando. Il governo non si occupava di loro. Era uno scandalo, una vergogna, un abbandono intollerabile. Giusto fermarsi un momento qui e fare un piccolo inventario mnemonico, perché la memoria è una cosa preziosa e noi la coltiviamo con cura.

Queste sono le stesse persone che sui propri profili, nei mesi e negli anni precedenti a questa crisi, avevano raccontato di guadagnare diecimila dollari al giorno. Centomila dollari al mese. Chi grazie al dropshipping, chi grazie ai contenuti spicy su piattaforme riservate agli adulti, chi grazie alla vendita di corsi, chi grazie a presunti business nell’immobiliare emiratino. C’è chi aveva mostrato appartamenti al cinquantesimo piano dei grattacieli più esclusivi di Dubai Marina. Chi aveva mostrato flotte di auto di lusso. Chi aveva costruito interi format di contenuti attorno al messaggio che vivere a Dubai significava vivere nel lusso più sfrenato, nella libertà più totale, nell’abbondanza più visibile. La domanda che emerge spontanea, e che molti italiani si stanno facendo in questi giorni con una certa acredine, è semplice: se guadagnate centomila dollari al mese e possedete appartamenti al cinquantesimo piano, come mai non riuscite a coprire qualche notte d’albergo in attesa di un volo di rimpatrio? Come mai è lo Stato italiano, lo stesso che avete definito fallito, oppressivo, parassitario, quello a cui vi rivolgete?

La risposta più benevola è che probabilmente i redditi dichiarati sui social non corrispondevano alla realtà, e che la distanza tra la narrazione e i fatti era molto più ampia di quanto i follower potessero sospettare. Scavando un po’, e alcuni colleghi l’hanno fatto con più precisione di noi, si scopre che diversi di coloro che millantavano vite da nababbi al centro di Dubai vivevano in realtà in periferia, nei quartieri meno appetibili dell’emirato, vicino al deserto, in appartamenti molto più ordinari di quelli mostrati nelle storie. Non è una notizia sorprendente per chiunque abbia una minima familiarità con i meccanismi del personal branding sui social media, dove l’immagine e la realtà divorzierebbero da anni senza possibilità di riconciliazione. Ma in un momento di crisi vera, quando la finzione collassa e i meccanismi di protezione simbolica cedono, quella distanza diventa improvvisamente visibile a tutti.

Il fisco, l’identità e la bandiera quando fa comodo

C’è un aspetto di questa storia che merita di essere nominato con chiarezza, senza ipocrisie e senza falsi moralismi, ma anche senza la reticenza che a volte accompagna certi argomenti scomodi. Molti di questi italiani residenti a Dubai hanno scelto gli Emirati non soltanto per il clima o per la qualità della vita o per le opportunità di business, ma esplicitamente, dichiaratamente, per le ragioni fiscali. Dubai offre una tassazione pressoché nulla per i residenti. Le zone franche permettono di costruire strutture societarie che minimizzano il carico fiscale in maniera legale ma aggressiva. Diversi dei guru e degli influencer che citavamo poco sopra hanno pubblicato contenuti in cui spiegavano ai propri follower come trasferire la residenza fiscale a Dubai come parte di una strategia di ottimizzazione finanziaria, presentandola come un gesto di intelligenza imprenditoriale, di autodifesa dalla voracità dello Stato italiano, di libertà dai ceppi della burocrazia e della pressione fiscale.

Questo è lecito. Perfettamente lecito, dal punto di vista giuridico, a patto che il trasferimento di residenza sia genuino e non fittizio. Non è questo il punto. Il punto è che se si sceglie di non contribuire al sistema fiscale italiano, se si costruisce pubblicamente una narrativa di superiorità rispetto ai concittadini che in Italia ci restano e le tasse le pagano, se si usa quella scelta come argomento identitario e come strumento di marketing, allora chiedere allo Stato italiano, finanziato dai contribuenti italiani, di organizzare e anticipare i costi di un’operazione di rimpatrio di emergenza, ha una sua intrinseca tensione che non è prudente ignorare. Non si tratta di vendetta, non si tratta di moralismo, non si tratta neppure di giudizio su singole persone. Si tratta di una contraddizione sistemica che vale la pena osservare, nominare, e lasciare sul tavolo senza fretta di risolverla.

L’Italia, nei momenti di crisi reale, è ancora il porto sicuro a cui si torna. È ancora la bandiera che si agita quando si ha paura. È ancora lo Stato di cui si rivendica la protezione quando la vita propria è in pericolo. E questo è legittimo, nessuno dovrebbe essere lasciato solo in una situazione di emergenza militare, indipendentemente dalla propria storia fiscale o dalle proprie dichiarazioni social passate. Ma è anche un dato che merita di essere registrato, perché dice qualcosa di importante su dove risiede, in ultima istanza, il senso di appartenenza anche per chi lo ha negato con più veemenza.

La memoria corta e il debito con la realtà

C’è un meccanismo tipico di questi cicli mediatici che merita di essere anticipato, perché si ripeterà con puntuale prevedibilità: nel giro di qualche settimana, quando i voli riprenderanno, quando chi è rimasto bloccato sarà rientrato in Italia o sarà tornato alla sua vita a Dubai, quando la crisi mediorientale si sarà posizionata nel news cycle come una delle tante emergenze dimenticate, molti di questi personaggi torneranno a pubblicare contenuti con la stessa narrativa di prima. Dubai paradiso. Italia schifo. I follower dimenticheranno, perché i follower dimenticano, perché i social sono costruiti per far dimenticare, perché la discontinuità è il loro motore strutturale. Il momento di panico, le richieste di aiuto, il rifugio nell’identità italiana quando quella emiratina non bastava più, tutto questo verrà sepolto sotto nuovi contenuti, nuovi format, nuove promesse di indipendenza finanziaria.

Qualcuno, probabilmente, trasformerà l’esperienza stessa in contenuto monetizzabile: il racconto dell’avventura, della sopravvivenza, dei missili visti dal vivo come elemento di storytelling personale da sfruttare per aumentare l’engagement. Non è una profezia, è semplicemente la lettura di una tendenza abbastanza consolidata. E anche questo dice qualcosa.

Cosa resta, e cosa vale la pena ricordare

Quello che questa storia mette in evidenza non è la cattiveria di singole persone, né la debolezza morale di chi ha paura sotto i missili, la paura sotto i missili è una risposta fisiologica assolutamente comprensibile, e chi la usa per giudicare qualcuno mostra semplicemente di non capire cosa sia la paura reale. Quello che emerge è qualcosa di più strutturale: la fragilità di una narrazione identitaria costruita interamente sull’immagine, sul posizionamento, sulla performance del successo, e che cede al primo contatto serio con la realtà materiale delle cose.

Dubai era il simbolo di un’idea: che l’identità si sceglie, che l’appartenenza è un contratto rinegoziabile, che il successo personale è sufficiente a emanciparsi da qualsiasi legame collettivo, incluso quello nazionale. È un’idea non priva di fascino, e non priva di un suo nucleo di verità. Ma è un’idea che funziona soltanto finché il cielo è sereno, finché i voli atterrano, finché la bolla non viene forata da qualcosa che non è contenuto nel copione. Quando accade, e prima o poi accade sempre, si scopre che l’identità è più complicata di un reel e che l’appartenenza non si cancella con un cambio di residenza fiscale.

Lo Stato italiano, con tutti i suoi difetti, con tutte le sue lentezze burocratiche, con le sue contraddizioni e le sue inefficienze che pure esistono e che pure andrebbero combattute con argomenti seri invece che con la demagogia social, ha organizzato voli di rimpatrio. Ha attivato una Task Force. Ha riportato a casa 200 studenti. Ha costruito, con le risorse dei contribuenti, di quegli italiani che i guru invitavano a non essere, a emanciparsi, a fuggire, una rete di protezione che ha funzionato, imperfettamente ma funzionato.

Nessuno pretende gratitudine. La gratitudine non è una categoria politica. Ma il contrasto tra la narrazione degli anni passati e la realtà di questi giorni è reale, è visibile, è documentato, e meriterebbe almeno un momento di silenzio riflessivo da parte di chi quella narrazione l’ha costruita e venduta. Non una resa pubblica, non un’ammissione solenne, nessuno vuole un’autocritica di regime. Soltanto, forse, la disponibilità a riconoscere che la realtà è più complicata di una storia di Instagram, e che l’Italia, quella stessa Italia derisa, sputacchiata, usata come contraltare di tutto ciò che non si voleva essere, quando i missili arrivano, è ancora lì.

Come lo è sempre stata.

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