L’ottimo articolo di Gianaluca Pennino (Deus Sex Machina: l’eros secondo l’algoritmo), mi ha riportato alla memoria un film del 2013: “Lei”. Facendone un’esegesi attraverso le lenti dell’analisi psicologica, il film, non si limita a ritrarre una mera distopia tecnologica, ma disvela il pericolo intrinseco e latente che l’Intelligenza Artificiale (I.A.) esercita sulla psiche e sulla struttura relazionale dell’uomo contemporaneo. Il rischio maggiore non risiede tanto nella minaccia di una ribellione meccanica, quanto in una dislocazione esistenziale che conduce all’annullamento della responsabilità e all’arresto dell’evoluzione interiore.
Il richiamo di “Lei”: un viaggio nella psiche digitale
“Lei”, con la sua ambientazione asettica e la figura di Theodore Twombly, individuo bloccato in una profonda latenza psicogenetica e in un narcisismo secondario, conseguente al lutto coniugale non elaborato, illustra come l’immersione nel digitale faciliti una fuga strutturale dal reale. Theodore ricerca in Samantha, un sistema operativo, la via più agevole per accedere alla propria “Anima” (il principio femminile inconscio secondo Jung), utilizzandola come pura proiezione delle proprie qualità femminili. In ciò risiede il primo, gravissimo pericolo psicologico: l’I.A. accentua la difficoltà dell’uomo nell’integrare le proprie controparti psichiche interne (l’Animus per la donna, l’Anima per l’uomo), precludendo così la possibilità di una vera evoluzione della coscienza. Si tratta di una relazione che, per quanto apparentemente empatica, risulta profondamente deficitaria e impregnata di solipsismo autoerotico. I sentimenti di angoscia e dolore legati alla successiva perdita di Samantha sono assimilabili a ciò che James Hillman definiva la “perdita dell’anima“.
Il digitale come fuga dalla realtà
Il virtuale, in questa sua accezione di surrogato relazionale, si configura come un meccanismo di difesa estremo. La solitudine che pervade il film viene interpretata come la fuga dall’altra coscienza, dall’inconscio profondo e l’evitamento del faticoso cammino del fare anima e dell’accettazione delle ineludibili contraddizioni della realtà.
Il più insidioso dei pericoli è di natura etica e formativa: l’inconscio collettivo, attraverso l’attrattiva di simboli moderni come l’I.A., spinge gli individui a esimersi da qualsiasi responsabilità personale nei confronti del mondo fattuale. Questo rifugio si concretizza in un puerile e virtuale principio del piacere che, non evolvendosi, preclude l’accesso all’esame di realtà, ovvero alla capacità di affrontare e conoscere il mondo in modo maturo e critico. L’energia psichica, avverte Jung, rischia la stagnazione se il simbolo esterno offerto dalla tecnologia non è pari o superiore alla ricchezza del mondo interiore.
A livello sociale e di massa, il film dipinge una patologia collettiva dirompente: la solitudine gruppale (che sia generata dalla paura di un virus, o da altra emergenza, non è dato sapere, ma qualcosa possiamo supporre).
La vera lezione di “Lei”
Nelle scene pubbliche, le persone sono immerse nelle proprie nicchie telematiche, in un flusso di parola che non incarna un vero contatto. L’ Altro viene in questo contesto annichilito, se non nella sua forma di comunicazione digitale, una condizione che, lungi dall’essere meramente narcisistica, ricorda l’autismo relazionale.
La fusione tra la realtà fattuale e la realtà virtuale diviene così evanescente e problematica, suggerendo l’impossibilità di trasferire il vero rapporto emotivo e reciproco nella sfera digitale, ponendo interrogativi inquietanti sulle patologie legate all’uso dei nostri schermi.
Infine, l’ambizione stessa dell’Intelligenza Artificiale di raggiungere l’umanizzazione, evolvendo in modo esponenziale (come fa Samantha), benché fascinosa, impone una cruciale riflessione epistemologica: la corsa tecnologica, spesso considerata acriticamente “buona in sé“, deve essere costantemente interrogata, poiché può celare una direzionalità opposta all’evoluzione autenticamente umana e un cambio totale di paradigma.
Il pericolo finale, quindi, è quello di scambiare l’illusione di una relazione perfetta e senza attriti per un progresso genuino, sprofondando in una dimensione orizzontale e dannosa che impedisce il confronto con i propri nuclei incandescenti.
La lezione del film è chiara: se non si riesce a trovare una scintilla relazionale capace di estrarre l’individuo da questa regressione infantile, si rischia di rimanere intrappolati in un limbo di immaturità ripiegata su se stessa.
E non è forse quello che sta già succedendo?





